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Ritrovamento aereo 2a Guerra mondiale in Libia – Racconto e foto del MdL Alberto Casubolo

Nel 1960, mi trovavo in Cirenaica (LIBIA) per conto della Fondazione Lerici del Politecnico di Milano. Una squadra di 14 topografi, due specialisti del tellurometro, due addetti al gravimetro, un meccanico, un Capo Missione LG1, più il personale libico addetto, come autisti, canneggiatori, personale  per la cucina.

Il campo LG 1 visto di giorno

Il campo LG 1 visto di notte

Tutti alloggiati in tende + due roulotte, addette una ad ufficio ed una a mensa. Il nostro compito era effettuare il rilievo topografico della porzione di deserto assegnata all’ENI – CORI per le ricerche petrolifere.

Una delle “campagnole Fiat” in dotazione. In quel tempo non erano in commercio in quanto prodotte solo per uso militare

Un giorno ci giunse la notizia che dei geologi della CORI avevano trovato i resti di un pilota italiano, in cima ad una duna, l’ultima, prima della distesa del serir di Calanscio. Si diceva che si era sparato un colpo, ed effettivamente, da quella duna si vedeva, in lontananza la pista militare e carovaniera. Ne deducemmo che a Sud, da qualche parte doveva trovarsi l’aereo e pur continuando nei nostri rilievi topografici, accelerammo il lavoro nella speranza di trovare per primi i resti del velivolo. Ed un giorno…… una delle nostre squadre rintracciò il relitto. Ci organizzammo ed andammo a fotografarlo.

Mine antiuomo ed anticarro abbandonate nel deserto nella zona a Sud di Giarabub

I trattava di un SM 79, il “gobbo”, i pochi resti di  un componente dell’equipaggio furono raccolti in una cassetta da spedire alle autorità italiane a Tripoli, ma non avevamo ne i mezzi ne il tempo per togliere la sabbia dalla carlinga, alla ricerca di eventuali altri resti o indizi di possibile riconoscimento dell’aereo. Le voci che circolavano nel campo dicevano trattarsi di una squadriglia di 6 aerei, diretti in Africa Est ed andati dispersi.

Qui in basso le foto da me scattate in quella opportunità :

L’ala sotto la quale rinvenimmo alcuni resti di un componente dell’equipaggio

Vista del lato sinistro dell’aereo

I pochi resti dell’unico componente rinvenuti sotto l’ala

L’interno della cabina di pilotaggio: si notano le cloche rotte dall’impatto dell’atterraggio e le macchie scure sono sangue secco dei piloti. Ce n’era anche sui vetri della cabina di pilotaggio.

Qualche settimana fa, avevo messo su FaceBook queste foto in risposta ad un post relativo all’argomento. La settimana dopo ricevetti dagli USA, da un mio amico, la notizia che aveva rintracciato la storia dell’aereo da me menzionato e mi spedì i link per la ricerca su internet. Ed ecco uno stralcio relativo alla sua storia.

La storia dell’MM 23881

Al velivolo con la matricola MM 23881 è legato uno dei misteri più noti degli aerei scomparsi durante la seconda guerra mondiale, molto simile a quello che coinvolse il Consolidated B-24 Liberator statunitense Lady be Good, scomparso nell’aprile del 1943. Il 21 luglio 1960, alcuni tecnici della compagnia CORI del gruppo ENI trovarono lo scheletro di un aviere, identificabile dai bottoni dell’uniforme, vicino alla pista che stavano percorrendo tra Gialo e Giarabub. Oltre ad una pistola lanciarazzi sullo scheletro vi era una chiave con una piastrina metallica con scritto S.79 MM 23881. Il piastrino di riconoscimento lo identificava come Giovanni Romanini, primo aviere di Parma, appartenente appunto all’equipaggio del MM 23881. Dopo più di due mesi, il 5 ottobre, un’altra squadra ritrova i resti di un velivolo, chiaramente un SM.79, sul quale risulta visibile (quattro cifre su cinque) il numero di matricola e l’identificativo di squadriglia, la 278ª Aerosiluranti. La storia dell’aereo è questa: il 21 aprile 1941, il MM 23881, al comando del capitano pilota Oscar Cimolini, decolla da Berka per una missione di aerosiluramento, in ritardo rispetto al suo compagno di missione, il tenente Robone. Quest’ultimo riuscirà a silurare l’obbiettivo della missione, un piroscafo da circa 8.000 tonnellate e a rientrare senza problemi, mentre il MM 23881 scomparirà nel nulla, finendo nell’elenco dei dispersi con il suo equipaggio: oltre a Cimolini, maresciallo pilota Barro, tenente di vascello osservatore Franchi, sergente maggiore marconista De Luca, 1º aviere motorista Bozzelli, 1º aviere armiere Romanini

Il relitto dell’aereo si presentava in buone condizioni generali, con le eliche danneggiate, il muso sfondato e le gambe di forza del carrello, evidentemente estratto per l’atterraggio, che hanno sfondato le ali. L’aereo era quindi atterrato coi motori funzionanti. Non si può dire se gli apparati ricetrasmittenti funzionassero durante il volo, ma di fatto l’aereo oltrepassò la costa per addentrarsi nel deserto per oltre 400 km. Romanini poi andò in cerca di soccorsi, ma morì nel tentativo, mentre il resto dell’equipaggio morì sul posto. Ma il motivo per il quale l’equipaggio non si rese conto del macroscopico errore di rotta non potrà mai essere spiegato completamente.

.                               Altro stralcio  da Internet

Così apparve agli increduli geologi italiani quel 5 ottobre 1960, il relitto dell’ S 79 della 278.sq. aerosilurante partito da Bengasi il 21 aprile 1941 per un’azione di siluramento contro un convoglio inglese a sud ovest di Creta. Cosa ci faceva l’aereo ad oltre 300 km dalla costa in pieno deserto libico? come aveva potuto volare oltre la sua autonomia? Errore del pilota o del navigatore ? Guasto agli apparati navigazione?

Nell’Aprile 1941 i Savoia Marchetti S.79 della 278° Squadriglia Aerosiluranti sono stanziati a Pantelleria ed in Nord Africa. La mattina del 21 Aprile, alla 5a Squadra di stanza a Berka, in Cirenaica, perviene la segnalazione della presenza a sud di Creta, di un convoglio costituito da circa 30 piroscafi, fortemente scortati. Il Comando ritiene conveniente impiegare gli aerosiluranti per una azione offensiva contro le unità nemiche. Vengono convocati i capi equipaggio, con i quali vengono concordate le modalità di attacco. Nell’azione saranno impiegati il Cap. Cimolini ed il Ten. Robone. Alle 16,40 decolla per primo il Ten. Robone. ( … ) Il convoglio viene avvistato alle 19,25 . ( …) l Ten. Robone si lancia all’attacco di un piroscafo di 6/8.000 tonn., contro il quale sgancia il suo siluro alle 19,28 da una quota di 80 mt. ed una distanza orizzontale dal bersaglio di 800 mt. Una alta colonna d’acqua si alza in corrispondenza del centro della nave, che sbanda subito. Tutto lascia presumere che sia andato a segno. Il bollettino di guerra n.322 del 23 Aprile attribuisce al Ten. Robone l’affondamento si di un piroscafo da 800 tonn. ( … ) Il Ten.Robone atterra regolarmente sul campo di Berka alle 21,30. Da qui, soltanto alle 17,25, è decollato l’S.79 del Capitano Cimolini, con equipaggio: mar. pil.Barro, Ten. Vasc. Oss. Franchi, Serg. Magg. Marc. De Luca, 1° Av. Mot. Bozzelli, 1° Av. Arm. Romanini. Il velivolo non rientra alla base. Nulla si sa della sua sorte e le ricerche effettuate nella zona danno esito negativo . ( … ) (Diversi dispacci contenuti negli archivi della AM testimoniano che non si riescono ad avere notizie del velivolo – ndr). L’aviere Dondi ci trasmette con te sue parole l’ansia e la tristezza per la sorte di questi uomini: “Dove saranno a quest’ora? Prigionieri, lo speriamo, oppure sul battellino sperduti nell’immensità del mare? La sorte che noi tetti vi auguriamo è quella che caduti prigionieri passiate quanto prima dare vostre notizie. Ancor più ci dispiace per il Sergente Maggiore De Luca, una dei veterani, reduce da cento e cento battaglie. Povero De Luca, così buono e pieno di buonumore! La sorte ti è stata sempre propizia e vogliamo sperare te lo sia tutt’ora. Aveva la licenza già firmate in tasca e purtroppo il dovere gli ha imposto questa azione dalla quale non ha fatto ritorno. Notizie precise non se ne hanno al riguardo. Ancora oggi i nostri aerei da ricognizione e della Croce Rossa perlustrano il mare nella zona dove si presume sia accaduto il sinistro, con la speranza di poterli rintracciare”. Dovranno trascorrere vent’anni per poter sapere quale era stata la sorte del Cap. Cimolini e del suo equipaggio.

Il mistero del deserto

Il 21 luglio 1960 i componenti di una sua squadra di lavoro della Soc. CORI Compagnia Ricerche Idrocarburi, del Gruppo ENI, impegnati in rilievi geofisici nel deserto libico, rinvengono a pochi chilometri dalla pista Gialo-Giarabub i resti di un aviatore italiano. È un mistero in che modo quest’uomo possa essere finito nell’interno, a circa 400 Km da Bengasi. Nei dintorni non ci sono tracce di un relitto d’aereo. Ma accanto ai poveri resti dell’aviatore vengono trovati una bussola, un binocolo, una borraccia, due orologi, una pistola lanciarazzi e un bossolo di cartuccia. Questo sembra dimostrare che lo sventurato, costretto ad atterrare in pieno deserto, si era diretto a piedi verso Nord in cerca di soccorsi, ma le forze lo avevano abbandonato quando era oramai in vista della pista Gialo-Giarabub.
Ma un altro elemento viene in aiuto di coloro che si impegnano nel dare su nome a quei poveri resti trovati in pieno deserto: una chiave con una targhetta metallica recante t’indicazione: “S79 MM 23881”.
Ricerche immediatamente esperite presso il Ministero dell’Aeronautica consentono di stabilire che si tratta di un velivolo silurante scomparso nel 1941 durante un’azione. Vengono anche individuati i componenti dell’equipaggio. Ma a questo punto il mistero si fa più fitto.
Come può infatti un uomo dell’equipaggio, partito da Bengasi per una azione sul mare a Sud
di Creta, essersi venuto a trovare nell’interno del deserto, a 400 Km dalla base di partenza e
ad oltre 500 Km dalla zona ove era stato segnalato l’obiettivo dell’attacco? 
Trascorrono più di due mesi, ed il 5 Ottobre, a circa 90 Km. A sud del punto in cui sono stati rinvenuti i resti dell’aviatore, viene ritrovato il relitto di un S.79. Nonostante vent’anni trascorsi nel deserto, il relitto, protetto dalla sabbia, è in buone condizioni: la tela della fusoliera è stata consumata dal ghibli, ma tutto il resto è intatto, lucido come nuovo. Sulla fusoliera appare ancora evidente il numero di Squadriglia: è 278. 
Nelle vicinanze del relitto vengano trovati resti umani, due berretti, qualche strumento. I poveri resti vengono recuperati dagli uomini dell’AGIP e consegnati al Consolato italiano di Bengasi. 
Nel febbraio dell’anno successive un elicottero dell’AGIP si posa nei pressi del relitto e degli
esperti Io esaminano attentamente, nell’intento di raccoglierne dati tecnici.
L’aereo e’ atterrato con i carrelli ed i dispostivi di ipersostentazione estratti, e con i motori accesi. L’impatto con il terreno è stato duro, tanto che le gambe di forza dei carrelli hanno sfondata la superficie superiore dell’ala. I motori si sorso staccati dai castelli e giacciono nella sabbia, le pale delle eliche distorte. La mitragliatrice dorsale è in perfetto stato, i vetri della cabina di pilotaggio intatti, e sotto l’ala sono ancora visibili il disco bianco con i tre fasci ed i colori mimetici. All’interno della fusoliera viene individuato il numero di matricola: sono visibili quattro dei cinque numeri. E’ ormai inequivocabile: si tratta del S79 MM 23881 del Cap. Cimolini. Una relazione completa viene inoltrata al Ministero dell’Aeronautica. Il 17 aprile del 1981 un altro elemento completa il mosaico di questa drammatica vicenda. Nel corso della tumulazione della salma recuperata nei pressi della pista Gialo-Giarabub, nella tasca delle combinazione di volo, viene rinvenuto il piastrino di riconoscimento: si tratta del 1° av. Arm.
Giovanni Romanini, componente dell’equipaggio dell’ S79 del Cap. Cimolini. Dunque l’aviere Romanini ha marciato per giorni nel deserto, orientandosi con la pesante bussola smontata dall’aereo, alla ricerca di una pista a di un qualsiasi punta dove fosse possibile chiedere soccorso per i suoi compagni. Oramai stremalo ha lanciato un razzo per attirare l’attenzione di qualcuno, ma il destino ha voluto che nessuno ne vedesse la scia colorata salire in cielo.
Ma manca ancora una risposta. Come abbia potuto Cimolini addentrarsi nel deserto fino a quasi 300 Km da Bengasi. Una accurata indagine ufficiale esclude che lo smarrimento sia stata causato da qualche avaria, non avendo il velivolo tracce di colpi, e avendo atterrato con tutti i principali organi in efficienza. L‘indagine conclude quindi che l’aereo, dopo aver portato il sua attacco al convoglio nemico, si è spostato verso Sud-Est per evitare di sorvolare la base di Tobruk, ancora in mano agli inglesi. Con ogni probabilità ha incontrato venti molto forti da Nord-Ovest, che lo hanno portato fuori rotta senza che, a causa del buio, i piloti potessero rendersi conta dell’accentuata deriva.Giunto al limite dell’autonomia, non è rimasto che l’atterraggio forzato in pieno deserto. Questa vicenda ha appassionato per anni tecnici, storici ed aviatori, che si sana staccati per dare una risposta a tanti interrogativi. (singolare la analogia con il caso del B-24 “Lady be Good”, scomparso nell’Aprile del 1943, e ritrovato nel deserto Cirenaico, 400 miglia più a sud della sua base, nel Maggio 1959, 14 anni dopo la sua scomparsa – ndr)
Uno dei più qualificati tentativi è venuto dal giornalista aeronautica Franco Pagliano, che nel suo volume In Cielo e In Terra, edito nel 1969 da Longanesi, dice: “Abbiamo provato a tracciare su .me carta il triangolo del vento, calcolandone la velocità in cento chilometri l’ora, sulla base di alcuni dati meteorologici rilevati dalle relazioni. La deriva risultante è di tale entità che, se non fosse stata adeguatamente corretta, dopo due ore di volo dal punto del convoglio, l’aereo, seguendo sulla bussola l’angolo di rotta per Bengasi, si sarebbe trovato a cento ottanta chilometri a Sud Est di questa località. Chi ha svolto l’attività da quelle parti sa che, quando spiravano venti forti, anche se si era pratici dello zona, non si correggeva mai abbastanza la deriva e bisognava calcolarla ripetutamente, sia per mancanza di punti di riferimento evidenti, sia perché variava molto con la quota. Purtroppo l’equipaggio di Cimolini era arrivato in Africa il giorno prima, o probabilmente non conosceva bene lo condizioni ambientali. È probabile che, non avvistando Bengasi, a bordo abbiano ritenuto di essere ancora sul mare, ed abbiano quindi accostato decisamente a sinistra aggravando la già difficile situazione perché, navigando ormai col vento in coda, l’aereo aumentava la sua velocità di allontanamento dalla base. Questa ipotesi, che ci sembrata più attendibile, presuppone però l’inefficienza degli apparecchi radio. Infatti, anche se Bengasi era stata riconquistata solo da diciassette giorni, una stazione campale era certamente in funzione a Berka; quindi l’aereo avrebbe potuto individuare la direzione col radiogoniometro o chiedere di essere radiogoniometrato o informato della sua posizione rispetto a Bengasi. Se questo non avvenne è purché l’impianto radio dell’areo ora in avaria. Anche se abbiamo
appreso che, quando l’impianto è stato recuperato, si presentava in buone condizioni, ci sembra impossibile che, dopo vent’anni di deserto, vi fosse la possibilità di accertare se al momento dell’atterraggio era efficiente o no. L’ipotesi che la radio fosse efficiente e che a bordo siano stati tratti in inganno dalle emissioni di un radio-faro inglese situato nella zona di Giarahub è suggestiva, ma ci sembra debba essere senz’altro scartata, perché presuppone che nessuno dell’equipaggio abbia tenuto
conto delle indicazioni della bussola magnetica, il che è assurdo. Questa ipotesi è stata a suo
tempo formulata soltanto perché la mancanza di dati sicuri o di giustificazioni precise sollecita la fantasia e porta a romanzare anche un errore di rotta, sia pure assunto in circostanze eccezionali…”

MdL Alberto Casubolo

“UN BELLISSIMO VIAGGIO CULTURALE AD ASCOLI PICENO E URBINO”

Una splendida scelta è stata quella di avere, come meta del viaggio di primavera del Consolato, le città marchigiane di Ascoli Piceno e Urbino, entrambe sedi di due eventi culturali di grande spessore.

Siamo partiti la mattina del 20 aprile, con il pullman della Frigerio, in 18 Maestri e 11 aggregati verso le Marche: all’arrivo in terra ascolana abbiamo accolto sul mezzo il MdL Mariano Capocchietti, che ci ha accompagnato a Grottammare, dove abbiamo gustato un eccellente pranzo a base di ottimo pesce dell’Adriatico; dopodiché siamo giunti in città e ci hanno accolti il Presidente Nazionale del MdL, Amilcare Brugni, che è proprio di Ascoli, e il Console Interprovinciale per Ascoli e Fermo Francesco Rocca, dopo i fraterni saluti e gli evviva siamo giunti al confortevole Hotel sulla collina della città.

Alle 18 ci siamo recati, in abito formale, al vicino Forte Malatestiano per partecipare al convegno inaugurativo della stupenda mostra, “Giotto sulle vie francescane”, un evento di risonanza nazionale: venti riproduzioni degli affreschi di Giotto nella Basilica di San Francesco ad Assisi, un ciclo intitolato “Le storie di San Francesco”. Secondo gli storici esso fu iniziato dopo il 1296 e gli episodi raffigurati sono di una bellezza incomparabile, non dimentichiamo l’importanza di Giotto nella pittura italiana. Da sottolineare poi che tra i promotori della mostra ci sono stati proprio i Maestri del Lavoro di Ascoli-Fermo, infatti il nostro Presidente nazionale sedeva al tavolo dei relatori.

Numerosi gli interventi degli oratori, tra gli altri quello del Sindaco di Ascoli Avv. Guido Castelli che ha sottolineato la positività di questa manifestazione, frutto di una benemerita collaborazione tra associazioni del territorio, club ed realtà locali e provinciali, ed ovviamente anche degli sponsor.

Brugni ha ringraziato il Comune per la bella e ideale location della mostra e ha annunciato che tutte le scuole delle provincie verranno a vederla: “la cultura – ha detto – è  inserita  nel nostro statuto, figurando tra gli scopi principali dell’associazione”; ha inoltre salutato ed elogiato il MdL di Monza e Brianza, quale fiore all’occhiello tra le federazioni italiane per operatività e risultati. Dato il fascino dei dipinti, pensate che alcuni di noi sono ritornati l’indomani a rivederli per apprezzarli meglio e in tutta tranquillità.

Alla sera in un bellissimo hotel sul Colle San Marco c’è stata la cena per organizzatori e ospiti della Mostra, autorità comprese: oltre alle proverbiali delizie del palato c’è stata grande convivialità tra noi e gli ascolani e non è mancato nemmeno un piacevole intermezzo musicale: il gruppo folkloristico ascolano del Maestro Mariani ha rallegrato tutti con canzoni e balletti del loro repertorio. Alla romantica canzone “Ascoli mia bella”, anche noi abbiamo risposto con “O mia bela Madunina” cantata e interpretata dal Console Felice Cattaneo, con l’accompagnamento generoso di molti Maestri di MB.

Il 21 aprile è stato dedicato alla visita della città, storica, artistica e culturale,  il New York Journal, fonte quanto mai autorevole,  l’ha definita una delle dieci più belle d’Italia. Con la guida l’abbiamo percorsa in lungo e in largo vedendo la Piazza del Popolo, la Cattedrale di S. Emidio, la via delle Torri, le Porte antiche e il Ponte Romano. Al pomeriggio abbiamo visitato il pittoresco Borgo medievale di Castel Trosino, la ricca e interessante Pinacoteca cittadina, poi  alle 19 c’è stata la S. Messa nella Chiesa del Cuore Immacolato di Maria, assieme ai maestri ascolani, e alla fine il coro dei Maestri di MB ha chiuso, apprezzato dai fedeli.  con dei canti religiosi, in particolarmente in luce il tenore Alberto Guarnieri e l’organista.

Domenica siamo partiti per Urbino, altra “perla” marchigiana, alle porte della città ci ha accolti il Console Maestro Ugo Ruggeri, nativo e abitante del luogo, e ci ha portati in Municipio per l’incontro con l’Assessore al Turismo, Lucia Petrelli, che ci ha porto il benvenuto a nome del Comune e poco più tardi c’è stata una piacevole sorpresa: l’arrivo del Sindaco Franco Corbucci. Egli ha ribadito l’enorme importanza della cultura ad Urbino, il cui centro storico è stato riconosciuto “Patrimonio dell’Umanità” dall’Unesco, e quanto loro tengano all’accoglienza verso i molti turisti che vengono a visitare  la bella cittadina.   La bravissima guida Carla ci ha poi condotto a vedere la mostra “La città ideale – Utopia del Rinascimento a Urbino”  e il Palazzo del Duca Federico da Montefeltro. Due parole sulla mostra: eccezionale ed affollatissima,  evento di una qualità tale che solo metropoli come Londra, Parigi o New York avrebbero potuto allestirne una simile: la Città Ideale, rappresentata da due dipinti che sono l’emblema del percorso artistico, è una riflessione a 360 gradi sul Rinascimento e i suoi epigoni, pittori, scultori, disegnatori e architetti. Ma anche la matematica e la geometria applicate nel progetto-sogno di costruire una città ideale, artisticamente meravigliosa eppure vivibile e funzionale. Nelle sale tra capolavori di Piero della Francesca, Raffaello (definito già in vita “Il Divin Maestro”), manoscritti, disegni ed altro la mente si rigenera e si inorgoglisce: noi italiani abbiamo molti difetti ma certo le vette della cultura, ancora oggi, le possiamo raggiungere. Pensate che Luciano Benetton, un industriale, ha affermato recentemente che “Cultura ed arte sono fondamentali anche per le imprese”.  La pensava così secoli fa anche quel Federico da Montefeltro, il signore di Urbino, un guerriero che però destinava il 60% del suo bilancio alla cultura, chiamando i migliori artisti del mondo e realizzando palazzi, raccolte d’arte e realizzazioni che lasciano a bocca aperta chi viene qui. Terminate le visite e fatta la foto di rito, siamo partiti per il Gallo di Petriano, dove alla Locanda Ciacci abbiamo degnamente concluso il percorso in terra marchigiana con un pranzo succulento e abbondante, coronato da ultimo col festeggiamento del nostro neo-maestro Claudio Caldi (presente alla gita)  e dai coretti delle ugole d’oro del gruppo.

Ovviamente le varie cerimonie che hanno avuto luogo durante il viaggio sono state l’occasione per scambi di doni e gagliardetti tra noi, i Maestri locali e le autorità cittadine, espressione dell’apprezzamento che la Pubblica Amministrazione nutre per i Maestri e la loro attività. In particolare il Presidente Amilcare Brugni ha avuto per tutti noi un gesto significativo e apprezzato, ha firmato con dedica il magnifico volume “Ascoli Piceno” di Luca Luna,  e il Console di Pesaro ha donato un piccolo omaggio anche alle signore presenti al pranzo finale. Anche noi brianzoli abbiamo contraccambiato con libri d’arte o storici.

Io credo che tutti i partecipanti al viaggio siano rimasti soddisfatti dall’organizzazione impeccabile, dalla cordialità sempre riscontrata con gli altri, ma soprattutto queste occasioni sono importanti per conoscerci meglio tra di noi e scambiarci idee e impressioni. Oltre all’arricchimento culturale c’è stata pertanto l’opportunità di un dialogo sincero e proficuo tra noi Maestri, vivere il senso di appartenenza, un insieme di cose per le quali dobbiamo ringraziare quanti nel Consolato si adoperano per realizzare e portare a termine le belle iniziative.

MdL    Alberto Cucchi

QUALCHE CONSIGLIO “DOC” PER BERE BENE E IN TUTTA TRANQUILLITA’

Nel corso della gita alla Certosa di Pavia, approfittando del pranzo a Montebello della Battaglia presso la tenuta La Sgarbina, Maurizio Losi, il titolare dell’agriturismo, che è anche un viticoltore, nell’occasione ci ha fatto visitare la sua cantina e ci ha illustrato alcune nozioni sulla produzione, conservazione e degustazione del vino: dalla nascita sino al bicchiere, insomma dal produttore al consumatore.

Losi ha anche cortesemente risposto ad alcune nostre domande dimostrandosi, benché giovane, preparato e profondo conoscitore del mondo enologico; così abbiamo approfittato per chiedergli come  e cosa si deve fare prima di acquistare una bottiglia da bere in tutta tranquillità.

1)   acquistare direttamente dal produttore, possibilmente conosciuto – è sempre la cosa migliore e garantisce un prodotto “pulito”

2)   non sempre il prezzo alto è indice di qualità – vagliare attentamente le caratteristiche del vino sull’etichetta

3)   diffidare dei prezzi troppo bassi, abbinati oggi spesso a classificazioni Doc – un vetro nuovo di alta qualità, l’etichetta preziosa, il tappo e la confezione fanno già tre euro di costo per il produttore per un vino superiore

4)   conservare a una temperatura fresca e costante le bottiglie – diciamo che in cantina  sui 7 gradi è una temperatura ideale, pareti ben coibentate, conservare al buio il vino e possibilmente tenerlo nei cartoni confezionati, che isolano benissimo dalle variazioni di temperatura (per chi non ha la cantina) e dalla luce.

MdL Alberto Cucchi

Il MdL Giovanni Parma Incontra John Elkann

Il nostro collega Comm. MdL Giovanni Parma oltre ad un instancabile impegno che lo ha visto per più di 25 anni membro del consiglio direttivo del nostro consolato e che gli è valso l’attribuzione di una speciale medaglia di riconoscenza e stima durante l’ultimo convivio natalizio della nostra associazione, ricopre anche la prestigiosa carica di Presidente dell’associazione Ugaf, gruppo ex Autobianchi di Desio. Nel corso di un recente incontro con la redazione dei MdL di Monza e Brianza Parma ci ha relazionati per la grande soddisfazione che ha ottenuto durante l’assemblea del Consiglio Direttivo Centrale Ugaf svoltasi a Torino l’estate scorsa. Di seguito ve ne forniamo i dettagli di cronaca:

“Il Presidente Fiat, John Elkann all’assemblea del Consiglio Direttivo centrale Ugaf”

Il presidente dell’associazione Ugaf , gruppo ex Autobianchi di Desio, Giovanni Parma e il consigliere Giuseppe Lisjak in rappresentanza di tutti i loro soci, hanno preso parte a Torino all’Assemblea Nazionale dei Seniores. Ben 180 i presenti a simboleggiare 79 sezioni che in tutto conteggiano 87.216 iscritti. Presenti per l’occasione le maggiori autorità della Fiat Group. La sorpresa più grande è stata però trovarsi faccia a faccia con il presidente generale John Elkann.

L’ingresso del rampollo di casa Agnelli è stato per tutti gli invitati il momento più emozionante, segnato dallo scrosciare di un fragoroso applauso. Tutti in piedi i 180 rappresentanti delle sezioni Fiat di tutta Italia. Elkann ha aperto il suo discorso con l’elogio a tutti gli ex lavoratori anziani che hanno contribuito a far grande l’azienda, facendola risorgere dalle macerie della guerra per portarla alle dimensioni di oggi, un esempio per tutte le nuove leve.

Fra gli altri ospiti il presidente generale dell’associazione Ugaf Filippo Braudo di Pralorno, che ha illustrato i dati relativi al bilancio dello scorso anno sull’impiego delle risorse per l’attività del gruppo, l’impegno verso i giovani, il turismo e la ricreazione, l’aiuto ai terremotati d’Abruzzo, la collaborazione con altri enti ed associazioni.

Al termine dell’Assemblea il presidente Parma ha donato ad Elkann una copia del suo libro

“ Autobianchi cenni storici aziendali”, e la raccolta rilegata di tutti gli articoli pubblicati sui giornali riguardanti l’attività dell’Ugaf nell’ultimo decennio, ripercorrendo tutte le tappe di quello che era uno dei vanti della città di Desio dove nacquero le mitiche bianchine. Inoltre il presidente Parma ha consegnato ad Elkann un plico di corrispondenza, costituito per lo più da ringraziamenti e lodi, intercosi nel tempo fra lui e la famiglia Agnelli. Questo scambio è stato quindi momento per scattare una foto ricordo dell’incontro che qui pubblichiamo.

MdL Aldo Laus

Marching bands: Incontro “Creating opportunities for success”

La 3 giorni con il Maestro americano Albert Di Croce è stata una sorpresa in positivo per tutti. La grande esperienza unita ad una grande capacità comunicativa, hanno impressionato tutti i partecipanti. Tanti: oltre 60 i componenti provenienti da quasi tutte le marching band associate. Elemento questo che ci fa comprendere come in Italia vi sia davvero una enorme passione e un altrettanto enorme potenziale da sviluppare.


L’elemento comunque più importante è stato lo “spirito” di condivisione, coinvolgimento e profonda amicizia tra tutti i partecipanti.


La consegna degli attestati di partecipazione e gli abbracci finali, sono stati la degna conclusione di un “marching week-end” indimenticabile.


L’obiettivo associativo, in ambito formativo, resta ora quello di dare continuità a quanto iniziato in questo fine settimana di gennaio.
Molto c’è da fare per costruire un movimento completo: formare istruttori, arrangiatori, designer, giudici. La IMSB continuerà ad attivarsi affinchè in futuro tali figure possano essere a disposizione anche in Italia e possano sviluppare e incrementare il movimento in armonia con i veri valori su cui fonda l’attività di arte performativa delle marching band.

Venerdì 21 gennaio, ore 21.00
Presso l’Oratorio di Veduggio, il docente, forte di esperienze vissute a tutti i livelli (da marching player, a direttore a giudice) nei principali circuiti mondiali di marching band e drum corps (negli anni ’70 è stato al DCI con i Bridgemen) ha parlato del ruolo che la marching band ha nella società contemporanea rispetto ai giovani e quanto l’unità di intenti tra gli addetti ai lavori possa creare una forte identificazione in una associazione come la nostra.
In questa prima serata sono emersi i veri valori su cui le marching dovrebbero fondare la loro attività.

Sabato 22 gennaio, ore 9.00
E’ iniziata la trattazione di argomenti tecnici. Dapprima il focus è stato fatto sull’essere giudici,
su come cioè porsi di fronte all’esibizione di una formazione. Non si è parlato di giudizi ma semplicemente di come capire meglio cosa sta accadendo sul campo quando una marching band sta proponendo la propria esibizione.
Nel pomeriggio si sono trattati temi inerenti la creatività. Come concepire un programma tecnico/artistico, sia nella sua parte musicale che nella sua componente visuale.

Domenica 23 gennaio, ore 9.00
Sempre i temi legati alla creatività sono stati al centro dell’attenzione. Realizzare uno “storyboard” centrato sui reali obiettivi del gruppo e sulle sue effettive potenzialità è stato l’elemento importante perchè portante di tutta l’attività stagionale.
Nel pomeriggio la clinic è proseguita in palestra dove, grazie alla disponibilità della Brianza Parade Band, il clinician ha potuto illustrare, in pratica, i fondamentali indispensabili per costruire l’attività tecnico/artistica.

GRAZIE A TUTTI!
E DA TUTTI, GRAZIE, ALL’EFFICIENTE E ACCOGLIENTE STAFF DELLA BRIANZA PARADE BAND!

Cav. MdL Felice Cattaneo

L’alambicco

Il nome alambicco deriva dalla parola araba al-‘inbĭq, vaso, recipiente (per distillare).

E’ un apparecchio che serve per la distillazione di varie sostanze fluide, come le essenze alcoliche. L’alambicco è costituito da una caldaia o cucurbita, la cui sommità si chiama cappello o duomo o elmo: su questo è saldato un tubo a “collo di cigno” che porta al condensatore, attraverso uno scaldavino.

Il condensatore è costituito da una serpentina, inserita in un tino refrigerante, raffreddato con circolazione d’acqua.

Dal liquido, portato ad ebollizione nella cucurbita, si liberano vapori che passano attraverso il collo di cigno e la serpentina, nella quale avviene la condensazione, riottenendo un liquido composto dal solo prodotto distillato.

E’ grazie all’alambicco ed al perfezionamento delle tecniche di distillazione se possiamo godere, oggi, di ottimi liquori e distillati.

Introdotto in Europa dagli Arabi attorno all’anno 1000 d.C., fu dapprima utilizzato per produrre profumi ed essenze, poi, nei Monasteri, per ricavare estratti medicamentosi da erbe, piante e radici,

Dovevano passare alcuni secoli perché gli Alchimisti, che cercavano la “pietra filosofale” e la “quintessenza” (l’essenza delle cose), distillando e ridistillando le sostanze più disparate, ottenessero dei liquidi sempre più alcolici, con proprietà inebrianti.

La nascita dei principali liquori avviene nell’arco di due secoli, dalla metà del 1400 agli inizi del 1600, nell’Europa centrale e nelle isole britanniche (soprattutto in Scozia ed in Irlanda).

Ecco una cronologia della scoperta dei vari distillati desunta da varie fonti: le date sono spesso presunte e tutt’ora sono oggetto di dispute e pretese di primogenitura:

1461       ARMAGNAC, alcuni pretendono addirittura che sia nato nel 1100. Notizie storiche certe riportano notizia delle prime tasse sull’aygue ardente nel 1461, al mercato di San Sevère e di esportazione di barili di distillato all’inizio del 1500 verso Amburgo, Anversa e Middlesbrough.

1450       VODKA

1494       WHISKY

1510 ricetta BENEDECTINE

1553       CALVADOS

1600 (?) GIN

1604       ricetta CHARTREUSE

1610       COGNAC, però già dal 1549 si hanno notizie di un distillato dal vino prodotto nelle

Charentes (Francia).

Una storia a se ha invece la GRAPPA. La grappa, in quanto acquavite, è stata concepita nell’ambito degli studi della Scuola Salernitana che, intorno all’anno Mille, codificò le regole della concentrazione dell’alcol attraverso la distillazione e ne prescrisse l’impiego per svariate patologie umane garantendo ai distillati un imperituro successo. Le vinacce, materia prima alcoligena povera (rispetto al vino, tanto per fare un esempio, contengono i due terzi di alcol in meno), ma molto diffusa, furono immediatamente prese in considerazione e, della loro acquavite, si parla già nel 1400. Le prime testimonianze dello studio sulla distillazione delle vinacce risalgono però al 1600 e sono dovute ai Gesuiti, tra i quali va ricordato il bresciano Francesco Terzi Lana. Fino agli inizi del XIX secolo non vi è però una distinzione tecnologica netta tra i distillati alcolici, poi l’Italia della grappa scelse una propria strada che portò alla creazione di una bevanda con caratteristiche uniche e irripetibili.

MdL Sergio Vasconi

Diario di un viaggio avventura verso “LA FINE DEL MONDO”

Siamo 6 amici, tutti pensionati o quasi, perché qualcheduno come il sottoscritto ha ancora qualche collaborazione part-time, non adattandosi a fare il pensionato dopo una vita movimentata di lavoro come è stata la mia: è la soluzione per restare giovani e non ossidarsi.

Per il mio lavoro, nel campo dei grossi progetti di ingegneria civile nella più importante società di costruzioni italiana, ho vissuto per circa 14 anni all’estero e per i rimanenti 20 anni ho continuato a girare il mondo seguendo i cantieri dalla sede di Milano della mia società. Per estero e per mondo intendo i paesi africani, i paesi sud, centro e nord americani ed il vicino oriente.

E’ quindi rimasta  in me la voglia di viaggiare, visitare posti nuovi e sopratutto avere nuove esperienze a contatto con le popolazioni locali.

E’ così che assieme agli amici abbiamo, direi ho, ideato dei viaggi in paesi che solo in parte erano a me famigliari, ma dei quali avevo una padronanza abbastanza buona della lingua.

Nel gennaio/febbraio 2004 ho organizzato un primo viaggio di circa 40 giorni nella Patagonia cilena ed argentina, nella Terra del Fuoco e nelle regioni aride e desertiche del nord del Cile (Deserto di Atacama).

Nel novembre del 2005 ho organizzato un secondo viaggio di trenta giorni in Perù e Bolivia.

Ho infine organizzato un terzo viaggio: ancora Cile e Argentina, ma in parte in zone nuove, dove ci siamo recati per trenta giorni tra gennaio e febbraio 2008. Si tratta di zone meravigliose per la natura, la flora e la fauna, ma soprattutto per i panorami costituiti da foreste incontaminate, con specie arboree a noi sconosciute, vulcani a cono con  cime innevate, miriadi di laghi, cascate, fiumi impetuosi ed estesissimi ghiacciai perenni al livello dell’oceano, alimentati dal “Campo de Hielo Sur” la terza superficie per estensione di ghiaccio dopo Antartide e Artico, che scendono lungo le valli della Cordigliera andina;  e poi per i silenzi e gli spazi vuoti ed immensi dove si  incrocia un’altra automobile ogni ora.

L’organizzazione propedeutica di questi viaggi è stata per me uno dei momenti più interessanti: avendo  una  conoscenza, anche se alcune volte solo parziale dei luoghi dove ci siamo recati e della  lingua, mi è stato assai facile chattare in internet, anche perché considerandomi un cittadino del mondo, reputo  avere una  mentalità aperta senza paura dell’avventura.

La potenzialità di internet è impressionante. E’ appassionante poter inviare un messaggio od una richiesta dall’altra parte del mondo ed avere la risposta nel giro di poche ore: alla fine di un fitto scambio di corrispondenza si instaura un rapporto di amicizia e di famigliarità, ci si scambiano opinioni e notizie riguardanti il mondo in cui viviamo, veniamo a conoscenza delle attività dell’interlocutore e spesso appaiono  sullo schermo le immagini della famiglia, dell’Hostal (pensione) dove alloggeremo o delle escursioni correlate al luogo. Con internet si prenotano l’alloggio nelle diverse tappe programmate, il noleggio dei mezzi di locomozione, i traghetti per attraversare tratti di oceano dove finiscono le strade o fiumi dove mancano ponti, escursioni in battello o gommone per visitare isole dove vivono migliaia di pinguini, foche e leoni marini, oppure per visitare il fronte di giganteschi ghiacciai che si gettano o in un lago a bassa quota o nell’oceano, rilasciando centinaia di piccoli iceberg.

Desidero aggiungere qui di seguito quanto scritto da uno dei miei amici che ha partecipato al primo viaggio in Patagonia, quello del 2004 e che rispecchia i suoi stati d’animo che sono, credo, quelli della maggioranza delle persone che non hanno avuto, come me, la fortuna di girare il mondo:

………”Eravamo decollati da Roma poco prima delle nove di sera diretti a Santiago, capitale del Cile, che avremmo raggiunto dopo una breve sosta a Buenos Aires per il cambio di aereo.

Avevo finalmente incominciato il viaggio, il mio primo viaggio di scoperta, di avventura, ma non pericoloso o estremo, lontano dai canoni della programmazione  di cui oggi anche i viaggiatori curiosi ed appassionati spesso si avvalgono.

Questo viaggio era nato nel cuore   di Sergio e per lui non è stato difficile coinvolgere gli altri pensionati dell’attuale gruppo spronandoli a scuotersi dalla monotonia quotidiana e a prepararsi a nuove emozioni. Sapevo di andare incontro a difficoltà di adattamento, sia al gruppo che alla logistica del viaggio nei grandi spazi della Patagonia, ma prevaleva  in me la voglia di misurarmi in nuove esperienze.

Adesso dentro di me provavo una grande quiete, la quiete del bambino a cui sono ancora sconosciute le regole della vita. Forse anche i miei amici stavano provando le stesse sensazioni. Avevamo appena incominciato un bel gioco che sarebbe durato parecchie settimane, legati tra di noi, dal rispetto reciproco, dalla stessa voglia di avventura, dallo stesso spirito di interpretazione del viaggio, noi soli uomini oggi pensionati,  inquadrati come in un plotone di soldati guidato dal loro capitano, al quale avevamo riposto la nostra fiducia già nella fase di preparazione del viaggio. Non ci sarebbero stati i consigli amorevoli delle nostre mogli, se non nel ricordo delle raccomandazioni rivolteci alla partenza del nostro viaggio. Insomma eravamo esenti dai piccoli richiami nel comportamento, nell’abbigliamento, nella forma del dialogo: potevamo considerarlo un vero e proprio corso di diseducazione a tempo limitato.

Ricordo bene l’estate che ha preceduto il nostro viaggio, trascorsa come sempre sulle Prealpi bergamasche, dove il dialogo con il mio amico Sergio aveva assunto una forte e decisa accelerazione giungendo alla conclusione di dar corso pratico alla realizzazione del  nostro sogno che già da due anni stagnava nelle nostre menti. Dovevamo trovare assolutamente una cura efficace al malessere che soffoca la maggioranza di noi pensionati, provocato dalla nostalgia di quando ancora in attività si era continuamente impegnati a fare qualcosa. Due o tre anni di pensionamento non sono sufficienti a colmare il tuo spirito di intraprendenza che, anche se sopito, è ancora dentro di te. Ora la nostra voglia di fare si divide tra  posta, banca, supermercati, suddivisione differenziata della spazzatura domestica, decisione, anche se non richiesta sul punto di cottura della pastasciutta e cosi via. Le mansioni elencate non sono fortunatamente esaustive, ma appartengono alla vita del pensionato.  Il fatto nuovo fu che il luogo geografico era stato individuato nella Patagonia cilena e argentina e negli altopiani desertici al nord del Cile confinanti con  Bolivia e  Perù per una durata di circa quaranta giorni”.

Ed ora alcuni brani del lungo diario di viaggio:

…………Stiamo per lasciare la capitale Santiago del Cile con destinazione Puerto Montt, a circa 1.000 km più a sud  sulla costa del Pacifico, da dove incomincerà la vera e propria  esplorazione della Patagonia. Arriviamo puntuali all’aeroporto El Tequal di Puerto Montt alle 10,30. Prendiamo possesso dei due pick-up Chevrolet, precedentemente prenotati dall’Italia alla Budget di Santiago almeno due mesi prima della partenza con prezzi bloccati in dollari e con un ottimo contratto a noi favorevole per il cambio. Prima di lasciare definitivamente la Budget  effettuiamo una verifica scrupolosa con il nostro esperto Sandro, sia delle dotazioni di bordo, sia della conoscenza del mezzo, comprese prove pratiche di guida eseguite dai nostri due autisti ufficiali a tutti gli effetti, anche per le  responsabilità nei confronti delle polizie stradale e di frontiera. Per ultimo viene stabilita  la procedura di annotazione sul taccuino di bordo dei consumi, dei prezzi dei carburanti e delle distanze chilometriche.

Puerto  Montt dà l’impressione di essere  una città di frontiera adagiata al centro di un piccolo golfo. Certo, non divide due stati, ma divide due modi di vivere: verso nord quello di tipo occidentale, verso sud quello tipico patagone dei grandi spazi,  piccoli villaggi, pochi abitanti che vivono in semplicità, anche se spesso spartanamente nelle difficoltà. Insomma da qui in giù è tutto profondamente diverso.

…………Prima di lasciare la cittadina  assaporiamo  il piacere di vederla ancora assonnata alle 7,30 dalla piazza centrale, la Plaza des Armas, completamente vuota ed avvolta  nel silenzio, sotto un cielo plumbeo rischiarato appena da deboli infiltrazioni di luce dal  lato di levante del golfo. Una brezza leggera e fresca, ma non fredda ci accarezza.

Non resistiamo dal portare le ruote dei nostri pick-up sul primo chilometro della “Carretera Austral” che inizia proprio dalla Plaza de Armas in direzione est e poi subito a sud lungo il Pacifico. E qui, scattate le prime foto, ci  siamo resi conto in quel momento di essere finalmente entrati nel mondo magico della Patagonia. Ad un certo punto la “Carretera Austral” si interrompe a causa della morfologia del terreno che impedisce alla strada di continuare. Questa interruzione della Cattertera Austral deriva sia dall’orografia che rende difficoltoso il passaggio via terra, ma principalmente dal fatto che il territorio compreso tra le due località di imbarco e di sbarco, Hornopirén e Caleta Gonzalo, dall’oceano a occidente fino al confine con l’Argentina a oriente per un’ estensione di 320.000 ettari costituisce il Parco privato di Pumalin appartenente ad una ricchissima coppia nord-americana di industriali nel campo dell’abbigliamento sportivo: lui proprietario della “Nord Pool” e lei della “Patagonia”.

Questo parco, che ha sollevato molte critiche negli ambienti cileni, perché di fatto interrompe la continuità del territorio cileno, ha come obbiettivo quello di preservare estese aree di boschi di ambiente temperato umido. Ci sono solo alcuni sentieri che lo attraversano, previa autorizzazione della proprietà. Dobbiamo pertanto imbarcarci  su un traghetto per 5 ore e poi riprendere la “Carretera Austral” più a sud..

……….. Le prime due ore di navigazione ci hanno regalato immagini e scenari straordinari grazie alle montagne che circondavano Hornopiren, il porto d’imbarco. La navigazione è avvenuta nell’oceano Pacifico, di fatto oltre che di nome, perché siamo sempre stati ridossati, sebbene ad una distanza stimata di circa venti miglia, all’isola di Chiloè. Un’altra grande emozione ci è stata regalata nell’ultima mezz’ora di navigazione, di nuovo da un contorno di montagne irradiate dalla luce magica del tramonto dell’estate australe, una luce irreale che permane nel lento passaggio del sole fino al tramonto, sempre più lento via via che si prosegue verso sud. Nell’estremo sud dell’America Meridionale il sole tramonta verso le 23.00. Dopo lo sbarco a Caleta Gonzalo abbiamo ripreso la Carretera Austral percorendo a discreta andatura, vista l’ora tarda, una strada in ripio (sterrato in ghiaia) piuttosto stretta (circa 4 m.),  per 60 km arrivando nel golfo di Chaiten verso le 21,45 sotto un cielo stellato con l’oceano ricoperto da milioni di brillanti depositati sulla sua superficie dalla  luce riflessa della luna, una temperatura straordinariamente tiepida e nel silenzio più totale. Era già incominciata la cura disintossicante dalla vita irrequieta europea.

…….…..Quando arriviamo verso le 19.00 a Villa Cerro Castillio, un piccolissimo villaggio adagiato nell’ampia valle del Rio Ibañez circondato da catene montuose ancora innevate tra cui si elevano il Cerro Campana (2194 m), il Cerro sin Nombre (2250 m) e il Cerro Castillio (2318m) ci rendiamo conto di aver scoperto un angolo di Patagonia affascinante, un luogo magico.

Nell’hostal “Querencia” che in lingua mapuche significa “luogo dove sempre si ritorna” assaporiamo una pace ed una tranquillità che forse non avevamo mai provato e che ci inducono a straordinarie  conversazioni fino ad oltre mezzanotte incentrate sulle emozioni di questo ultimo giorno. Fuori faceva particolarmente freddo, il cielo era di un blu intenso rischiarato da milioni di stelle, l’aria straordinariamente limpida, il silenzio era totale. (Era il 20 Gennaio 2004. Non avremmo mai immaginato che ci saremmo ritornati il 19 Gennaio 2008 durante il nostro terzo viaggio!)

………. Entrati in Argentina e lasciata la cittadina, insignificante di Perito Moreno, dopo un’ oretta prendiamo la “Ruta 40” per raggiungere Tres Lagos fissata precedentemente come tappa per trascorrere la notte. Comunichiamo alla polizia che staziona all’inizio della steppa patagonica la nostra destinazione, perché richiestaci  e  poi diritto a sud verso il nulla sul “ripio”,  piuttosto polveroso.

Il secondo pick-up è costretto a seguirci a due/tre km di distanza per evitare di immergersi nella polvere. Superiamo durante il tragitto due camper che procedono a bassa velocità ed al sorpasso occorre seguire la regola patagone che prevede l’inizio del sorpasso almeno 3-400 metri prima, la riduzione della velocità ed il rientro dopo almeno mezzo km. per proteggersi dalla polvere a vicenda, ma soprattutto per evitare di lanciare  e di ricevere i sassi dello sterrato in ghiaia sui rispettivi parabrezza. Dopo aver percorso una ventina di km  abbiamo la prova di quello che Bruce Chatwin nel suo famoso libro “In Patagonia” descrivendo il suo viaggio in Patagonia trentatrè anni prima cita ”in Patagonia le strade nascono nel nulla, percorrono il nulla e finiscono nel nulla”

………. La piccola imbarcazione dopo un’ora attracca alla base del ghiacciaio Viedma, sull’omonimo lago, lato sinistro di un fronte di mezzo chilometro di ghiaccio e percorriamo mezz’ora di ripida salita   su un sentiero scivoloso per la presenza di rocce bagnate per la pioggia che  era caduta giusto al nostro sbarco.

Ci troviamo ora proprio sopra il ghiacciaio. Le giovani guide argentine ci aiutano uno per uno a calzare i ramponi la cui selezione per misura del piede era già avvenuta durante la traversata sul battello. Seguiamo quindi una lezione pratica di come salire, scendere o girarsi su se stessi sul ghiaccio; ci fanno le raccomandazioni necessarie di prudenza, ci dividono in due gruppi di una ventina di persone e l’ escursione sul ghiacciaio ha inizio. Il tempo muta continuamente: sole, pioggia, nuvole, sereno, freddo, freddo intenso, vento, vento forte. Noi eravamo bene attrezzati così come tutto il gruppo,  poiché l’abbigliamento ci era stato suggerito all’atto dell’ iscrizione all’escursione. Il trecking sul ghiacciaio dura circa due ore e termina con il brindisi con un bicchiere di Tia Maria (liquore al caffè)  raffreddato dal ghiaccio millenario sbriciolato con le piccozze. Che emozioni intense abbiamo vissuto, molte di queste immortalate in un DVD fatto per il nostro gruppo.

………..Lasciamo Punta Arenas tranquilli e rilassati per Punta Delgada, sempre sulla “ruta RH 9” (strada RH 9) che si dirige ora verso est, dove è situato l’imbarcadero (il molo) per attraversare lo Stretto di Magellano, in questo punto chiamato “Primera Angostura” (Prima strettoia). Nell’attesa prepariamo l’abbigliamento adatto per proteggerci dal forte e freddo vento, le cineprese e   le macchine fotografiche, decisi a stare sul ponte del battello nella parte più in alto disponibile. Si trattava per tutti di un evento importante, stavamo per realizzare il sogno dell’attraversamento dello stretto di Magellano.

………..Da qui in poi inizia la discesa in uno scenario di montagne e ghiacciai senza soluzione di continuità fino alle porte di Ushuaia, la “città alla fine del mondo” distesa sul Canale di Beagle, che desideriamo ammirare da un’altura prima di prenderne possesso. Erano le ore 14.00 di venerdì 30 Gennaio. Bellissima la cornice, ma le costruzioni degli ultimi anni hanno trasformato un villaggio di pescatori in una vera e propria  cittadina turistica. Ushuaia  si trova sul Canale di Beagle (largo 3-8 km.), quasi a metà tra i due Oceani, Pacifico ad ovest e Atlantico ad est. Ci troviamo a 54°52’20’’ di Latitudine Sud e 68°05’19’’ di Longitudine Ovest ed è il punto più a sud del mondo continentale, il più vicino al Polo Sud. Per questa ragione gli argentini affermano che Ushuaia si trova alla fine del mondo, dimenticandosi che al di là del   Canal di Beagle un poco più verso sud-est nell’Isola di Navarino ci stà la cittadina cilena di Puerto Williams (2500 abitanti), capitale della Provincia Antartica Cilena, costituita da un arcipelago di isole, essendo Navarino la più estesa e dalle terre antartiche cilene.

Diverse miglia più a sud c’è Capo Horn, punto geografico che  tutto il mondo conosce per le grandi difficoltà a doppiarlo almeno per undici mesi all’anno causa i forti venti, l’incrocio delle correnti dei due Oceani e  le alte onde che si infrangono diagonalmente rendendo la navigazione difficoltosa e spesso pericolosa. Effettuiamo una breve crociera di tre ore nel Canale con la piccola motonave Barracuda, un battello carico di storia costruito all’inizio del novecento. La nostra rotta è verso est  accostando la Isla de los Pajaros e la Isla de los Lobos; doppiamo il faro Les Esclaireurs, ritornando ad ovest  al porto di partenza. Cormorani, foche, leoni marini, elefanti marini ci circondano a centinaia. Affascinante ed emozionante la navigazione. Tempo in continuo mutamento, forti raffiche di vento, alti spruzzi da prua, freddo intenso e noi, ancora noi del gruppo coraggioso  ben bardati sulla prua del battello a filo dell’acqua dei due Oceani fortemente increspata, felici di aver raggiunto la nostra meta  tanto agognata quando ne parlavamo nella nostra lontana Italia.

MdL Sergio Vasconi

Febbraio 2011

MUST: IL MUSEO DEL TERRITORIO VIMERCATESE

Villa Sottocasa ospita dal mese di novembre 2010 il MUST, il Museo del Territorio Vimercatese. Un progetto ambizioso, che ha trasformato l’ala sud dello storico edificio di via Vittorio Emanuele non in una semplice esposizione permanente, ma in un vero e proprio centro di aggregazione, di promozione e di produzione culturale.

Il MUST racconta sì la storia e il passato della comunità di Vimercate e del Vimercatese, ma guardando anche al presente e al futuro. Le collezioni create e gestite dal museo si propongono di documentare le peculiarità culturali e naturalistiche del territorio vimercatese e puntano alla massima copertura in ambito tematico, cronologico e tipologico.
Ne fanno parte sia collezioni di oggetti materiali (beni archeologici, opere d’arte, beni storici, archivistici, tecnologici e etnoantropologici, fotografie, modelli ricostruttivi, diorami, mappe), sia collezioni di oggetti immateriali (immagini digitali, programmi interattivi e multimediali, video, registrazioni audio e musiche).

Le sale, quattordici in totale, suddivise su due piani, riescono ad unire il passato e il presente cittadino in modo efficace oltre ad essere di grande impatto visivo. Didascalie, schermi touch screen e video esplicativi aiutano il visitatore a districarsi fra la millenaria storia vimercatese: dalle origini romane, fino ad arrivare al recente passato industriale della Brianza di cui Vimercate è stata una dei centri pulsanti. La partenza è subito di grande impatto: nella prima stanza intitolata “Il mito delle origini” spiccano i reperti archeologici della Vimercate romana rinvenuti in piazza Marconi. Diverse le are romane, tra cui l’ara delle Matrone sulla quale si trova scolpito quello che è diventato il simbolo del museo.

Dopo l’antichità si passa alla Vimercate medievale: plastici del ponte di San Rocco, ma anche il monastero di Camuzzago, e la chiesa di Santo Stefano. Spicca il gruppo scultoreo con la Vergine col bambino, Santo Stefano e un santo guerriero, originariamente poste sulla facciate della chiesa di Santo Stefano e ora sostituite con una copia in gesso.

Un’intera zona è dedicata al primo sviluppo industriale, ancora molto rurale, della coltura del baco da seta e della nascita dell’industria tessile, che ha portato poi alla maturazione dei primi impianti industriali.

Il secondo piano dedicato al novecento ci ricorda alcune aziende storiche del territorio: IBM, Telettra , Pagani, PegPerego,  Colnago, ma anche aziende oramai scomparse come Bburago, Barbour Campbell, Bassetti e Gilera,. Si tratta di alcune delle più significative aziende che nel secolo scorso hanno popolato e ancora popolano il nostro territorio e che per ognuna di loro è stato esposto un prodotto significativo.

Se Vimercate è giustamente al centro del percorso espositivo, il vimercatese ha una parte non marginale nella rappresentazione del museo: le ville di delizia, la pieve del vimercatese, i reperti storici ma anche i prodotti della Brianza industriale ne sono un esempio.  Come è giusto che sia, il Must si presenta come la vetrina culturale non solo di Vimercate ma di tutto il territorio del vimercatese attraverso il quale veicolare la storia locale e sviluppare un possibile futuro turistico.

L’attività didattica concorre al raggiungimento delle finalità educative del Museo. Attraverso distinti programmi rivolti alle scuole, alle famiglie, alla comunità, il museo promuove la conoscenza del patrimonio culturale locale per vivere e abitare il territorio in modo più consapevole.

Alle scuole di ogni ordine e grado il museo propone attività didattiche che, mentre arricchiscono il percorso formativo degli alunni, aiutano a sensibilizzare i più giovani al rispetto e all’interesse per il patrimonio culturale locale.

Gli strumenti per le famiglie sono pensati per coinvolgere bambini e ragazzi durante la visita al museo e per fornire supporto ai genitori che desiderano guidare i propri figli nel percorso di visita.

Alla comunità sono dedicate visite guidate e incontri di approfondimento per conoscere il museo e il patrimonio locale nell’ottica di una continua e comune crescita culturale.

Il museo è aperto al pubblico cinque giorni la settimana, da mercoledì a domenica, ed è previsto l’ingresso a pagamento con tariffe differenziate per categorie di utenti.

Potete trovare maggiori dettagli sul sito del museo: www.museomust.it/drupal/

MdL Aldo Laus

I Re Magi, La Cometa e Brugherio

I Re Magi e la “stella cometa”

1° puntata

Il racconto di Matteo

Dei Magi si ha notizia nel Vangelo di Matteo, capitolo 2, versetti 1-12. Non vogliamo approfondire qui l’argomento sulla storicità dei Vangeli, ma a giudizio di specialisti aggiornati (Thiel), “nessun libro dell’antichità è stato a noi trasmesso con tanta accuratezza, abbondanza e antichità di manoscritti come il Nuovo Testamento”.

Attualmente sono conosciuti ben 4.680 antichi testi del nuovo testamento, tra cui una sessantina di papiri. Il frammento più antico di papiro il Papiro 52,anche detto papiro Rylands, è un frammento (89 per 60 mm) di un codice papiriaceo scritto in lingua greca, contenente frammenti del Vangelo secondo Giovanni (18,31-33 nel recto e 18,37-38 nel verso). È conservato assieme agli altri Papiri Rylands alla Biblioteca universitaria John Rylands di Manchester, Regno Unito.

Sebbene il Papiro 52 sia quasi universalmente considerato come il più antico frammento del Nuovo Testamento canonico, la precisa datazione di questo papiro non è universalmente condivisa; lo stile della scrittura suggerirebbe una datazione tra il 125 e il 160 d.C., ma le difficoltà nel determinare la datazione di un frammento su sole basi paleografiche ha fatto sì che siano state proposte sia datazioni anteriori al 100 che alla seconda metà del II secolo.

Nel 1956 è stato pubblicato il Papiro 66 che contiene per intero il Vangelo di Giovanni e che è datato alla seconda metà del II secolo.

Fa parte di una collezione costituita da una cinquantina di manoscritti in greco acquistati da Martin Bodmer. Il Papiro 66, conosciuto anche come Bodmer II, è un codice papiraceo in maiuscola.  Misura 15,2 x 14 cm e consta di sei fascicoli, di cui restano 104 pagine. E’ conservato presso la Biblioteca Bodmeriana a Cologny (nei pressi di Ginevra).
La scoperta del Papiro 66 rappresentò qualcosa di assolutamente nuovo, che si sarebbe ritenuto addirittura impossibile. Era il Vangelo di Giovanni in forma di vero e proprio libro, con alcuni piccoli danneggiamenti ai margini. Si potevano ancora vedere persino le cuciture dei fascicoli e alcuni resti di strisce di papiro usate a tale scopo. Comprende quasi per intero Gv 1-14 e frammenti dei capitoli seguenti. Il Papiro 66 costituiva un unicum non solo per lo stato di conservazione, ma anche per il testo. Soltanto questo papiro forniva la chiave per capire appieno  il testo del Nuovo Testamento nel II sec.

Per capire con quale inaudita autorità testuale si presenti il Nuovo Testamento, occorre osservare che per gli scrittori greci il tempo che intercorre tra stesura dell’originale e copia rinvenuta per esempio di uno scritto di Eschilo è di 1500 anni, per Platone di 1300 anni: per i Vangeli di solo 150 anni!

Ma torniamo al racconto evangelico di Matteo (che invitiamo a leggere).

La Stella

Non si è naturalmente raggiunta la certezza che le cose si siano davvero svolte come raccontato da Matteo, né si giungerà mai a questa sicurezza: è però certo che l’ipotesi che si tratti di un racconto simbolico deve fare i conti con una serie di scoperte effettuate nell’arco degli ultimi tre secoli. Pare intanto provato ormai scientificamente che gli astrologi babilonesi (quasi certamente i magi di Matteo) attendevano la nascita del “dominatore del mondo” a partire dall’anno 7  a.C. Questa data, con l’anno 6  a.C., è tra quelle che gli studiosi danno come più sicure per la nascita di Gesù. Il monaco Dionigi il Piccolo, infatti, calcolando nel 533  l’inizio della nuova era, si sbagliò e posticipò di circa 6 anni la data della Natività.

In questa luce, acquistano nuovo suono i due versetti del secondo capitolo di Matteo: “Nato Gesù in Betlemme di Giuda, al tempo di re Erode, ecco dei magi arrivare dall’oriente a Gerusalemme, dicendo:”Dov’è il re dei Giudei? Abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo”.

Ecco le tappe che avrebbero portato a chiarire il perché dell’arrivo e della domanda dei magi. Una vicenda che ha quasi il sapore di un “giallo”.

Nel dicembre del 1603 il celebre Keplero, uno dei padri dell’astronomia moderna, osserva da Praga la luminosissima congiunzione (cioè, l’avvicinamento) di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. Keplero, con certi suoi calcoli, stabilisce che lo stesso fenomeno (che provoca una luce intensa e vistosa nel cielo stellato) deve essersi verificato anche nel 7  a.C. Lo stesso astronomo scopre poi un antico commentario alla Scrittura del rabbino Abarbanel che ricorda come, secondo una credenza degli ebrei, il Messia sarebbe apparso proprio quando, nella costellazione dei Pesci, Giove e Saturno avessero unito la loro luce. Pochi diedero qualche peso a queste scoperte di Keplero: prima di tutto perché la critica non aveva ancora stabilito con certezza che Gesù era nato prima della data tradizionale. Quel 7  a.C., dunque, non “impressionava”. E poi anche perché l’astronomo univa troppo volentieri ai risultati scientifici le divagazioni mistiche.

Oltre due secoli dopo, lo studioso danese Munter scopre e decifra un commentario ebraico medievale al libro di Daniele, proprio quello delle “settanta settimane“. Munter prova con quell’antico testo che ancora nel Medio Evo per alcuni dotti giudei la congiunzione Giove-Saturno nella costellazione dei Pesci era uno dei “segni” che dovevano accompagnare la nascita del Messia..

Nel 1902 è pubblicata la cosiddetta Tavola planetaria, conservata ora a Berlino: è un papiro egiziano che riporta con esattezza i moti dei pianeti dal 17  a.C. al 10 d.C. I calcoli di Keplero (già confermati del resto dagli astronomi moderni) trovano una conferma ulteriore, basata addirittura sull’osservazione diretta degli studiosi egiziani che avevano compilato la “tavola”. Nel 7  a.C. si era appunto verificata la congiunzione Giove-Saturno ed era stata visibilissima e luminosissima su tutto il Mediterraneo. Infine, nel 1925 è pubblicato il Calendario stellare di Sippar. E’ una tavoletta in terracotta con scrittura cuneiforme proveniente appunto dall’antica città di Sippar, sull’Eufrate, sede di un’importante scuola di astrologia babilonese. Nel “calendario” sono riportati tutti i movimenti e le congiunzioni celesti proprio del 7  a.C. Perché quell’anno? Perché, secondo gli astronomi babilonesi, nel 7  a.C. la congiunzione di Giove con Saturno nel segno dei Pesci doveva verificarsi per ben tre volte: il 29 maggio, il 1° ottobre e il 5 dicembre. Da notare che quella congiunzione si verifica soltanto ogni 794 anni e per una volta sola: nel 7  a.C., invece, si ebbe per tre volte. Anche questo calcolo degli antichissimi esperti di Sippar fu trovato esatto dagli astronomi contemporanei.

Gli archeologi hanno infine decifrato la simbologia degli astrologi babilonesi. Ecco i loro risultati: Giove, per quegli antichi indovini, era il pianeta dei dominatori del mondo. Saturno il pianeta protettore d’Israele. La costellazione dei Pesci era considerata il segno della “Fine dei Tempi”, dell’inizio cioè dell’era messianica. Dunque, potrebbe essere qualcosa di più di un mito il racconto di Matteo dell’arrivo dall’Oriente a Gerusalemme di sapienti, di magi, che chiedono “Dov’è nato il re dei Giudei?”. E’ ormai certo, infatti, che tra il Tigri e l’Eufrate non solo si aspettava (come in tutto l’oriente) un Messia che doveva giungere da Israele. Ma che si era pure stabilito con stupefacente sicurezza che doveva nascere in un tempo determinato. Quel tempo in cui, per i cristiani, il “dominatore del mondo” è veramente apparso.

Tutti i calcoli, da Keplero ai successivi scoperti sui documenti antichi, sono stati trovati esatti dagli astronomi nostri contemporanei. Il “mito” della stella non sembra mito, ma realtà.

I Magi ritornano al loro paese, mentre nella basilica, che sarà poi eretta a Betlemme, viene realizzato un mosaico che li rappresenta nel tipico costume persiano.

Quando nel 614 l’esercito del re persiano Cosroe piomberà a Gerusalemme saccheggiando e incendiando le chiese, i soldati, arrivati a Betlemme, risparmieranno la basilica che reca il mosaico rappresentante i loro connazionali.

I Re Magi e Brugherio

2° puntata

Le notizie dei Magi si perdono fino a quando negli anni dopo il 313, Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino fa cercare le tombe dei Magi. Con i potenti mezzi della madre di un imperatore trova e trasferisce le loro spoglie dall’Oriente a Costantinopoli, nella basilica di Santa Sofia, poi trasformata in moschea ed oggi museo.

Nel frattempo Eustorgio, alto funzionario dell’impero, viene nominato governatore di Milano. E’ così benvoluto che i milanesi lo vogliono vescovo alla morte del vescovo Protaso nel 343. Il Papa accetta, ma Eustorgio, che è un funzionario imperiale, si reca prima a Costantinopoli per chiedere il consenso. L’imperatore Costante (figlio minore di Costantino che alla morte del padre nel 337 aveva avuto il governo dell’Impero Romano d’Occidente con capitale Milano) gli riconosce la nuova dignità ecclesiastica e gli dona le spoglie dei Magi da portare a Milano. E così intorno al 343 le spoglie arrivano a Milano. Vengono poste in una chiesa, che con successivi ampliamenti diventerà l’attuale Basilica di S. Eustorgio (così chiamata perché poi vi fu sepolto il santo vescovo alla sua morte).

Nel 374  a Milano viene mandato, come governatore, Ambrogio (romano nato nel 340  a Treviri in Germania dove il padre era alto funzionario dell’Impero).

Ad Ambrogio avviene quel che era avvenuto ad Eustorgio. Mentre vi sono tumulti con gli eretici ariani, Ambrogio scioglie la tensione, parla con tale saggezza che la gente lo acclama vescovo. Riceve i sacramenti da Simpliciano e la consacrazione a vescovo da San Limenio, vescovo di Vercelli. Siamo nell’autunno del 374.

Ambrogio ha un fratello, Satiro, che muore nel 378 e diviene santo, e una sorella, Marcellina, alla quale dona una villa di campagna (l’attuale cascina Sant’Ambrogio in Via dei Mille a Brugherio, oggi trasformata in un complesso di appartamentini con un cortile rettangolare interno che da l’aspetto del classico cascinale lombardo) dove Marcellina, consacratasi a Dio già da molto tempo, si ritira con alcune consorelle creando un piccolo convento.

Una piccola parte delle spoglie dei Magi (le ossa di tre falangi) è donata a Marcellina (tra il 374 ed il 397) dal fratello Ambrogio e custodita in una nicchia di un locale accanto all’attuale chiesetta di Sant’Ambrogio, tuttora esistente sulla sinistra della cascina.

Ambrogio muore il 3 Aprile 397, venerdì santo, e Marcellina tre mesi dopo, il 17 Luglio, sembra proprio nella villa di campagna, nel frattempo trasformata in convento. Le spoglie dei tre santi fratelli sono riunite dal nuovo vescovo Simpliciano (e sono tutt’ora visibili nella cripta sotto l’altare della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano).

Da vecchie pergamene, custodite nelle case madri degli ordini religiosi succedutisi nella villa-convento brugherese, prima della trasformazione in cascina, spuntano notizie sulla venerazione delle reliquie.

Nel 1578 San Carlo Borromeo, erigendo la parrocchia di San Bartolomeo a Brugherio, dedica la chiesa, oltre che al santo martire, anche ai tre santi Magi, segno che non si era ancora spenta la devozione. Nel 1604 il cardinal Federico Borromeo, in visita a Brugherio, si reca a onorare e far ricognizione alle reliquie dei Magi alla cascina Sant’Ambrogio.

Il 22 aprile 1613, come risulta da un documento dell’archivio parrocchiale, si decide di portare le reliquie dei Magi in luogo più consono e il 27 maggio 1613 le stesse vengono portate nella chiesa brugherese. Traccia del tragitto rimane nell’intitolazione antica della via Tre Re , via che collega la Via dei Mille dove è ubicata la cascina Sant’Ambrogio con la piazza Roma dove è ubicata la  Parrocchia di San Bartolomeo.

Qualche anno dopo verrà realizzato il bellissimo reliquario d’argento, con basamento barocco, che ancora ospita le falangi dei Magi, visibili da una teca, (una sorta di oblò di cristallo) incastonate nel petto di tre statuette di finissima fattura. Le statue sono piccole ed i brugheresi le hanno sempre chiamate “i umit”, gli omini.

Ma se i viaggi di queste piccole parti delle spoglie dei Magi si concludono a Brugherio, ben altra sorte subiscono i resti custoditi in S. Eustorgio.

L’imperatore Federico Barbarossa, dopo aver messo a ferro e fuoco Milano, decide di accontentare il suo cancelliere Rainaldo Von Dassel che sovraintende all’assedio (e che è arcivescovo scomunicato di Colonia) il quale vuol portare via le spoglie dei Magi. Le cerca invano nella chiesa di S. Eustorgio, perché nel frattempo (1161) i milanesi le avevano nascoste nella chiesa di S. Giorgio al Palazzo (nell’attuale omonima piazza in Via Torino a Milano), ma alla fine le trova. Non si accorge evidentemente che sono mancanti di alcune piccole parti (quelle brugheresi) e fa trasportare i resti nel giugno del 1164 a Colonia, con un trionfale viaggio di 14 giorni, passando per Vercelli, Torino, Passo del Moncenisio, Lucerna, Grammont, Brisach, Remagen, Bamberga, Magonza, Colonia.

Qui vengono messe nella chiesa di S. Pietro Apostolo, che viene ampliata e fatta diventare il magnifico duomo della città. Inizia un grande afflusso di pellegrini, tanto che la sua consistenza è la quinta al mondo dopo Gerusalemme, Roma, Santiago de Compostela, Aquisgrana. Lo stemma della città di Colonia diventa uno scudo con tre corone su manto di ermellino,  mentre il sigillo della locale Università raffigura i tre Magi.

Nei secoli seguenti Milano fa diversi tentativi per riavere le spoglie dei Magi. Nel 1500 Ludovico il Moro con l’appoggio di Papa Alessandro VI,  poi nel 1675 il cardinale Alfonso Litta. Inutilmente. Fin quando, nel 1909, il cardinale Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano, riesce a farsi restituire alcune ossa, riportandole in S. Eustorgio, nell’antica bellissima cappella.

Nel 1979 vengono eseguite alcune analisi della stoffa nella quale sono avvolte le spoglie nell’urna e rivelano essere una stoffa databile tra il II e IV secolo: proprio l’epoca di S. Elena.

Se in Oriente le reliquie dei Santi Magi soggiornarono un paio di secoli, a Costantinopoli pochi decenni, a Milano circa 8 secoli (e poi, ancora, un altro secolo seppure per solo parte delle spoglie), a Colonia 8 secoli e mezzo, a Brugherio (seppure piccole reliquie) bel 16 secoli e mezzo ininterrotti. Brugherio può quindi definirsi la vera località di “residenza” delle reliquie di questi personaggi, grandi viaggiatori sia da vivi che da morti.

A Brughero è ancora viva la devozione ai Magi, tanto che il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, il reliquario viene esposto sull’altare maggiore della chiesa di S. Bartolomeo, alla venerazione dei numerosi fedeli, provenienti anche dai paesi vicini (nel passato arrivavano veri e propri pellegrinaggi da molte località). I brugheresi ancor oggi dicono: “Amdem a basà i umitt”, andiamo a baciare gli ometti.


Non si sa se i Magi fossero solo tre (il Vangelo narra di “alcuni magi”, ma poiché i doni portati sono tre e le spoglie trovate da Elena sono tre, la tradizione ne tramanda il numero e ne ipotizza i nomi in Baldassarre, Melchiorre, Gaspare (nomi italianizzati).

CONCLUSIONI:

  • Una tradizione non può nascere dal nulla.
  • San Carlo Borromeo, che ha conosciuto e visitato per tre volte tutte le parrocchie della diocesi, rimuovendo con severità abusi, superstizioni e ignoranza, non credo abbia inseguito una favola circa le reliquie brugheresi quando, erigendo la Parrocchia di Brugherio nel 1578 l’ha dedicata a San Bartolomeo e ai tre Magi per via appunto delle reliquie (che il successore cardinale Federico Borromeo farà poi trasportare dal Convento di Sant’Ambrogio, ora ex-cascina restaurata in Via dei Mille).
  • Ad ogni modo in questa, come in altre vicende, c’è sufficiente luce per credere e sufficiente buio per non credere. Siamo liberi di decidere, magari ascoltando anche il cuore

MdL Sergio Augusto Vasconi

Dal Consolato Provinciale di Milano

Abbiamo il piacere di ospitare il Notiziario di Novembre 2010 del Consolato Provinciale di Milano che ha finalmente ripreso la pubblicazione. I migliori auguri agli amici di Milano per continuare questa attività.

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Notiziario Nov. 2010 del Consolato Prov. di Milano