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Diario di un viaggio avventura verso “LA FINE DEL MONDO”

Siamo 6 amici, tutti pensionati o quasi, perché qualcheduno come il sottoscritto ha ancora qualche collaborazione part-time, non adattandosi a fare il pensionato dopo una vita movimentata di lavoro come è stata la mia: è la soluzione per restare giovani e non ossidarsi.

Per il mio lavoro, nel campo dei grossi progetti di ingegneria civile nella più importante società di costruzioni italiana, ho vissuto per circa 14 anni all’estero e per i rimanenti 20 anni ho continuato a girare il mondo seguendo i cantieri dalla sede di Milano della mia società. Per estero e per mondo intendo i paesi africani, i paesi sud, centro e nord americani ed il vicino oriente.

E’ quindi rimasta  in me la voglia di viaggiare, visitare posti nuovi e sopratutto avere nuove esperienze a contatto con le popolazioni locali.

E’ così che assieme agli amici abbiamo, direi ho, ideato dei viaggi in paesi che solo in parte erano a me famigliari, ma dei quali avevo una padronanza abbastanza buona della lingua.

Nel gennaio/febbraio 2004 ho organizzato un primo viaggio di circa 40 giorni nella Patagonia cilena ed argentina, nella Terra del Fuoco e nelle regioni aride e desertiche del nord del Cile (Deserto di Atacama).

Nel novembre del 2005 ho organizzato un secondo viaggio di trenta giorni in Perù e Bolivia.

Ho infine organizzato un terzo viaggio: ancora Cile e Argentina, ma in parte in zone nuove, dove ci siamo recati per trenta giorni tra gennaio e febbraio 2008. Si tratta di zone meravigliose per la natura, la flora e la fauna, ma soprattutto per i panorami costituiti da foreste incontaminate, con specie arboree a noi sconosciute, vulcani a cono con  cime innevate, miriadi di laghi, cascate, fiumi impetuosi ed estesissimi ghiacciai perenni al livello dell’oceano, alimentati dal “Campo de Hielo Sur” la terza superficie per estensione di ghiaccio dopo Antartide e Artico, che scendono lungo le valli della Cordigliera andina;  e poi per i silenzi e gli spazi vuoti ed immensi dove si  incrocia un’altra automobile ogni ora.

L’organizzazione propedeutica di questi viaggi è stata per me uno dei momenti più interessanti: avendo  una  conoscenza, anche se alcune volte solo parziale dei luoghi dove ci siamo recati e della  lingua, mi è stato assai facile chattare in internet, anche perché considerandomi un cittadino del mondo, reputo  avere una  mentalità aperta senza paura dell’avventura.

La potenzialità di internet è impressionante. E’ appassionante poter inviare un messaggio od una richiesta dall’altra parte del mondo ed avere la risposta nel giro di poche ore: alla fine di un fitto scambio di corrispondenza si instaura un rapporto di amicizia e di famigliarità, ci si scambiano opinioni e notizie riguardanti il mondo in cui viviamo, veniamo a conoscenza delle attività dell’interlocutore e spesso appaiono  sullo schermo le immagini della famiglia, dell’Hostal (pensione) dove alloggeremo o delle escursioni correlate al luogo. Con internet si prenotano l’alloggio nelle diverse tappe programmate, il noleggio dei mezzi di locomozione, i traghetti per attraversare tratti di oceano dove finiscono le strade o fiumi dove mancano ponti, escursioni in battello o gommone per visitare isole dove vivono migliaia di pinguini, foche e leoni marini, oppure per visitare il fronte di giganteschi ghiacciai che si gettano o in un lago a bassa quota o nell’oceano, rilasciando centinaia di piccoli iceberg.

Desidero aggiungere qui di seguito quanto scritto da uno dei miei amici che ha partecipato al primo viaggio in Patagonia, quello del 2004 e che rispecchia i suoi stati d’animo che sono, credo, quelli della maggioranza delle persone che non hanno avuto, come me, la fortuna di girare il mondo:

………”Eravamo decollati da Roma poco prima delle nove di sera diretti a Santiago, capitale del Cile, che avremmo raggiunto dopo una breve sosta a Buenos Aires per il cambio di aereo.

Avevo finalmente incominciato il viaggio, il mio primo viaggio di scoperta, di avventura, ma non pericoloso o estremo, lontano dai canoni della programmazione  di cui oggi anche i viaggiatori curiosi ed appassionati spesso si avvalgono.

Questo viaggio era nato nel cuore   di Sergio e per lui non è stato difficile coinvolgere gli altri pensionati dell’attuale gruppo spronandoli a scuotersi dalla monotonia quotidiana e a prepararsi a nuove emozioni. Sapevo di andare incontro a difficoltà di adattamento, sia al gruppo che alla logistica del viaggio nei grandi spazi della Patagonia, ma prevaleva  in me la voglia di misurarmi in nuove esperienze.

Adesso dentro di me provavo una grande quiete, la quiete del bambino a cui sono ancora sconosciute le regole della vita. Forse anche i miei amici stavano provando le stesse sensazioni. Avevamo appena incominciato un bel gioco che sarebbe durato parecchie settimane, legati tra di noi, dal rispetto reciproco, dalla stessa voglia di avventura, dallo stesso spirito di interpretazione del viaggio, noi soli uomini oggi pensionati,  inquadrati come in un plotone di soldati guidato dal loro capitano, al quale avevamo riposto la nostra fiducia già nella fase di preparazione del viaggio. Non ci sarebbero stati i consigli amorevoli delle nostre mogli, se non nel ricordo delle raccomandazioni rivolteci alla partenza del nostro viaggio. Insomma eravamo esenti dai piccoli richiami nel comportamento, nell’abbigliamento, nella forma del dialogo: potevamo considerarlo un vero e proprio corso di diseducazione a tempo limitato.

Ricordo bene l’estate che ha preceduto il nostro viaggio, trascorsa come sempre sulle Prealpi bergamasche, dove il dialogo con il mio amico Sergio aveva assunto una forte e decisa accelerazione giungendo alla conclusione di dar corso pratico alla realizzazione del  nostro sogno che già da due anni stagnava nelle nostre menti. Dovevamo trovare assolutamente una cura efficace al malessere che soffoca la maggioranza di noi pensionati, provocato dalla nostalgia di quando ancora in attività si era continuamente impegnati a fare qualcosa. Due o tre anni di pensionamento non sono sufficienti a colmare il tuo spirito di intraprendenza che, anche se sopito, è ancora dentro di te. Ora la nostra voglia di fare si divide tra  posta, banca, supermercati, suddivisione differenziata della spazzatura domestica, decisione, anche se non richiesta sul punto di cottura della pastasciutta e cosi via. Le mansioni elencate non sono fortunatamente esaustive, ma appartengono alla vita del pensionato.  Il fatto nuovo fu che il luogo geografico era stato individuato nella Patagonia cilena e argentina e negli altopiani desertici al nord del Cile confinanti con  Bolivia e  Perù per una durata di circa quaranta giorni”.

Ed ora alcuni brani del lungo diario di viaggio:

…………Stiamo per lasciare la capitale Santiago del Cile con destinazione Puerto Montt, a circa 1.000 km più a sud  sulla costa del Pacifico, da dove incomincerà la vera e propria  esplorazione della Patagonia. Arriviamo puntuali all’aeroporto El Tequal di Puerto Montt alle 10,30. Prendiamo possesso dei due pick-up Chevrolet, precedentemente prenotati dall’Italia alla Budget di Santiago almeno due mesi prima della partenza con prezzi bloccati in dollari e con un ottimo contratto a noi favorevole per il cambio. Prima di lasciare definitivamente la Budget  effettuiamo una verifica scrupolosa con il nostro esperto Sandro, sia delle dotazioni di bordo, sia della conoscenza del mezzo, comprese prove pratiche di guida eseguite dai nostri due autisti ufficiali a tutti gli effetti, anche per le  responsabilità nei confronti delle polizie stradale e di frontiera. Per ultimo viene stabilita  la procedura di annotazione sul taccuino di bordo dei consumi, dei prezzi dei carburanti e delle distanze chilometriche.

Puerto  Montt dà l’impressione di essere  una città di frontiera adagiata al centro di un piccolo golfo. Certo, non divide due stati, ma divide due modi di vivere: verso nord quello di tipo occidentale, verso sud quello tipico patagone dei grandi spazi,  piccoli villaggi, pochi abitanti che vivono in semplicità, anche se spesso spartanamente nelle difficoltà. Insomma da qui in giù è tutto profondamente diverso.

…………Prima di lasciare la cittadina  assaporiamo  il piacere di vederla ancora assonnata alle 7,30 dalla piazza centrale, la Plaza des Armas, completamente vuota ed avvolta  nel silenzio, sotto un cielo plumbeo rischiarato appena da deboli infiltrazioni di luce dal  lato di levante del golfo. Una brezza leggera e fresca, ma non fredda ci accarezza.

Non resistiamo dal portare le ruote dei nostri pick-up sul primo chilometro della “Carretera Austral” che inizia proprio dalla Plaza de Armas in direzione est e poi subito a sud lungo il Pacifico. E qui, scattate le prime foto, ci  siamo resi conto in quel momento di essere finalmente entrati nel mondo magico della Patagonia. Ad un certo punto la “Carretera Austral” si interrompe a causa della morfologia del terreno che impedisce alla strada di continuare. Questa interruzione della Cattertera Austral deriva sia dall’orografia che rende difficoltoso il passaggio via terra, ma principalmente dal fatto che il territorio compreso tra le due località di imbarco e di sbarco, Hornopirén e Caleta Gonzalo, dall’oceano a occidente fino al confine con l’Argentina a oriente per un’ estensione di 320.000 ettari costituisce il Parco privato di Pumalin appartenente ad una ricchissima coppia nord-americana di industriali nel campo dell’abbigliamento sportivo: lui proprietario della “Nord Pool” e lei della “Patagonia”.

Questo parco, che ha sollevato molte critiche negli ambienti cileni, perché di fatto interrompe la continuità del territorio cileno, ha come obbiettivo quello di preservare estese aree di boschi di ambiente temperato umido. Ci sono solo alcuni sentieri che lo attraversano, previa autorizzazione della proprietà. Dobbiamo pertanto imbarcarci  su un traghetto per 5 ore e poi riprendere la “Carretera Austral” più a sud..

……….. Le prime due ore di navigazione ci hanno regalato immagini e scenari straordinari grazie alle montagne che circondavano Hornopiren, il porto d’imbarco. La navigazione è avvenuta nell’oceano Pacifico, di fatto oltre che di nome, perché siamo sempre stati ridossati, sebbene ad una distanza stimata di circa venti miglia, all’isola di Chiloè. Un’altra grande emozione ci è stata regalata nell’ultima mezz’ora di navigazione, di nuovo da un contorno di montagne irradiate dalla luce magica del tramonto dell’estate australe, una luce irreale che permane nel lento passaggio del sole fino al tramonto, sempre più lento via via che si prosegue verso sud. Nell’estremo sud dell’America Meridionale il sole tramonta verso le 23.00. Dopo lo sbarco a Caleta Gonzalo abbiamo ripreso la Carretera Austral percorendo a discreta andatura, vista l’ora tarda, una strada in ripio (sterrato in ghiaia) piuttosto stretta (circa 4 m.),  per 60 km arrivando nel golfo di Chaiten verso le 21,45 sotto un cielo stellato con l’oceano ricoperto da milioni di brillanti depositati sulla sua superficie dalla  luce riflessa della luna, una temperatura straordinariamente tiepida e nel silenzio più totale. Era già incominciata la cura disintossicante dalla vita irrequieta europea.

…….…..Quando arriviamo verso le 19.00 a Villa Cerro Castillio, un piccolissimo villaggio adagiato nell’ampia valle del Rio Ibañez circondato da catene montuose ancora innevate tra cui si elevano il Cerro Campana (2194 m), il Cerro sin Nombre (2250 m) e il Cerro Castillio (2318m) ci rendiamo conto di aver scoperto un angolo di Patagonia affascinante, un luogo magico.

Nell’hostal “Querencia” che in lingua mapuche significa “luogo dove sempre si ritorna” assaporiamo una pace ed una tranquillità che forse non avevamo mai provato e che ci inducono a straordinarie  conversazioni fino ad oltre mezzanotte incentrate sulle emozioni di questo ultimo giorno. Fuori faceva particolarmente freddo, il cielo era di un blu intenso rischiarato da milioni di stelle, l’aria straordinariamente limpida, il silenzio era totale. (Era il 20 Gennaio 2004. Non avremmo mai immaginato che ci saremmo ritornati il 19 Gennaio 2008 durante il nostro terzo viaggio!)

………. Entrati in Argentina e lasciata la cittadina, insignificante di Perito Moreno, dopo un’ oretta prendiamo la “Ruta 40” per raggiungere Tres Lagos fissata precedentemente come tappa per trascorrere la notte. Comunichiamo alla polizia che staziona all’inizio della steppa patagonica la nostra destinazione, perché richiestaci  e  poi diritto a sud verso il nulla sul “ripio”,  piuttosto polveroso.

Il secondo pick-up è costretto a seguirci a due/tre km di distanza per evitare di immergersi nella polvere. Superiamo durante il tragitto due camper che procedono a bassa velocità ed al sorpasso occorre seguire la regola patagone che prevede l’inizio del sorpasso almeno 3-400 metri prima, la riduzione della velocità ed il rientro dopo almeno mezzo km. per proteggersi dalla polvere a vicenda, ma soprattutto per evitare di lanciare  e di ricevere i sassi dello sterrato in ghiaia sui rispettivi parabrezza. Dopo aver percorso una ventina di km  abbiamo la prova di quello che Bruce Chatwin nel suo famoso libro “In Patagonia” descrivendo il suo viaggio in Patagonia trentatrè anni prima cita ”in Patagonia le strade nascono nel nulla, percorrono il nulla e finiscono nel nulla”

………. La piccola imbarcazione dopo un’ora attracca alla base del ghiacciaio Viedma, sull’omonimo lago, lato sinistro di un fronte di mezzo chilometro di ghiaccio e percorriamo mezz’ora di ripida salita   su un sentiero scivoloso per la presenza di rocce bagnate per la pioggia che  era caduta giusto al nostro sbarco.

Ci troviamo ora proprio sopra il ghiacciaio. Le giovani guide argentine ci aiutano uno per uno a calzare i ramponi la cui selezione per misura del piede era già avvenuta durante la traversata sul battello. Seguiamo quindi una lezione pratica di come salire, scendere o girarsi su se stessi sul ghiaccio; ci fanno le raccomandazioni necessarie di prudenza, ci dividono in due gruppi di una ventina di persone e l’ escursione sul ghiacciaio ha inizio. Il tempo muta continuamente: sole, pioggia, nuvole, sereno, freddo, freddo intenso, vento, vento forte. Noi eravamo bene attrezzati così come tutto il gruppo,  poiché l’abbigliamento ci era stato suggerito all’atto dell’ iscrizione all’escursione. Il trecking sul ghiacciaio dura circa due ore e termina con il brindisi con un bicchiere di Tia Maria (liquore al caffè)  raffreddato dal ghiaccio millenario sbriciolato con le piccozze. Che emozioni intense abbiamo vissuto, molte di queste immortalate in un DVD fatto per il nostro gruppo.

………..Lasciamo Punta Arenas tranquilli e rilassati per Punta Delgada, sempre sulla “ruta RH 9” (strada RH 9) che si dirige ora verso est, dove è situato l’imbarcadero (il molo) per attraversare lo Stretto di Magellano, in questo punto chiamato “Primera Angostura” (Prima strettoia). Nell’attesa prepariamo l’abbigliamento adatto per proteggerci dal forte e freddo vento, le cineprese e   le macchine fotografiche, decisi a stare sul ponte del battello nella parte più in alto disponibile. Si trattava per tutti di un evento importante, stavamo per realizzare il sogno dell’attraversamento dello stretto di Magellano.

………..Da qui in poi inizia la discesa in uno scenario di montagne e ghiacciai senza soluzione di continuità fino alle porte di Ushuaia, la “città alla fine del mondo” distesa sul Canale di Beagle, che desideriamo ammirare da un’altura prima di prenderne possesso. Erano le ore 14.00 di venerdì 30 Gennaio. Bellissima la cornice, ma le costruzioni degli ultimi anni hanno trasformato un villaggio di pescatori in una vera e propria  cittadina turistica. Ushuaia  si trova sul Canale di Beagle (largo 3-8 km.), quasi a metà tra i due Oceani, Pacifico ad ovest e Atlantico ad est. Ci troviamo a 54°52’20’’ di Latitudine Sud e 68°05’19’’ di Longitudine Ovest ed è il punto più a sud del mondo continentale, il più vicino al Polo Sud. Per questa ragione gli argentini affermano che Ushuaia si trova alla fine del mondo, dimenticandosi che al di là del   Canal di Beagle un poco più verso sud-est nell’Isola di Navarino ci stà la cittadina cilena di Puerto Williams (2500 abitanti), capitale della Provincia Antartica Cilena, costituita da un arcipelago di isole, essendo Navarino la più estesa e dalle terre antartiche cilene.

Diverse miglia più a sud c’è Capo Horn, punto geografico che  tutto il mondo conosce per le grandi difficoltà a doppiarlo almeno per undici mesi all’anno causa i forti venti, l’incrocio delle correnti dei due Oceani e  le alte onde che si infrangono diagonalmente rendendo la navigazione difficoltosa e spesso pericolosa. Effettuiamo una breve crociera di tre ore nel Canale con la piccola motonave Barracuda, un battello carico di storia costruito all’inizio del novecento. La nostra rotta è verso est  accostando la Isla de los Pajaros e la Isla de los Lobos; doppiamo il faro Les Esclaireurs, ritornando ad ovest  al porto di partenza. Cormorani, foche, leoni marini, elefanti marini ci circondano a centinaia. Affascinante ed emozionante la navigazione. Tempo in continuo mutamento, forti raffiche di vento, alti spruzzi da prua, freddo intenso e noi, ancora noi del gruppo coraggioso  ben bardati sulla prua del battello a filo dell’acqua dei due Oceani fortemente increspata, felici di aver raggiunto la nostra meta  tanto agognata quando ne parlavamo nella nostra lontana Italia.

MdL Sergio Vasconi

Febbraio 2011

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