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Intervista al fondatore della Comunità dell’ “Arca”, per persone con handicap mentali

Jean Vanier 3

Jean Vanier fondatore della Comunità dell'Arca

«C’è una via perduta nel cristianesimo». Sono passati dieci anni da quando Jean Vanier ha ricevuto da Giovanni Paolo II  il premio “Paolo VI per la Pace e lo Sviluppo”. Nel frattempo, le comunità dell’Arca – non istituti, ma foyers, ambiti famigliari in cui persone disabili e assistenti vivono insieme – hanno continuato a diffondersi nel mondo. Oggi sono 134, immerse in altre culture in tutti e cinque i continenti. A 78 anni Jean Vanier dice che c’è una via perduta nel cristianesimo, e che a insegnargliela di nuovo sono state le persone disabili. Sembra avere avuto mille vite. Figlio del governatore generale del Canada, a tredici anni si imbarca per arruolarsi nella marina militare, che lascia ventunenne dopo un periodo di ricerca spirituale e soprattutto dopo l’incontro in Francia con padre Thomas Philippe, sacerdote domenicano. Studia e si appassiona alla filosofia, diventa docente all’università di Toronto. Nel ’64 acquista una modesta casa in pietra a Trosly-Breuil, un piccolo villaggio a nord di Parigi, e invita tre persone con gravi handicap mentali ad andare a vivere con lui. Nel ’71, insieme a Marie Melene Matthieu, fonda il movimento di Fede e Luce, che riunisce persone disabili, il loro genitori e amici e oggi conta un migliaio di gruppi in tutto il mondo. Non è sposato, non è consacrato e l’Arca non è né un istituto né una congregazione religiosa.

Cos’è l’Arca a oltre quarant’anni di distanza?

Per prima cosa è un’atmosfera, uno spirito: è il modo in cui si parla e in cui si mangia, non un insegnamento. Poi c’è l’incontro: si tratta di un luogo dove diverse persone, con handicap più o meno evidenti, vivono insieme. Quando sono andato a vivere a Trosly-Breuil desideravo dare la mia vita per le persone più deboli. Non pensavo che sarebbero state loro a cambiarmi, e a cambiare in modo radicale anche il mio rapporto con Dio.

In che modo è stato possibile?

Se guardo indietro mi accorgo che è stato tutto un lavoro di non-sapere. Da comandante di marina dovevo essere veloce, efficace. Con le persone con handicap ho dovuto innanzitutto ascoltare il loro corpo. Adattarmi al loro modo di comunicare mi ha richiesto molto tempo e un cambiamento di atteggiamento. Prima ero una persona piuttosto seriosa. Bisogna essere seri per fare il militare, e il filosofo! – ride – Con Françoise (uno dei primi disabili mentali con cui Vanier ha vissuto, ndr), non si trattava di dire cose intelligenti, ma si trattava di ridere, di essere semplici, di celebrare la vita e di guardare a lui e agli altri come esseri umani. Mi sentivo legato a loro, mi hanno fatto capire che le cose importanti sono piangere insieme, ridere insieme. Con loro ho capito di avere un cuore capace di amare, ma in cui c’era anche molta violenza.

Una rivelazione?

Sì, molto semplice: tutti noi siamo fragili, perché siamo tutti persone ferite. Non ci piace ammetterlo, e d’altra parte siamo immersi in una cultura della competitività, per la quale “ogni persona che riesce” è importante. Nella visione più comune, le persone disabili sono dei poveri di cui bisogna occuparsi. Ma si può pensare che le persone più fragili siano essenziali, che siano proprio loro a cambiarci? Esiste un’altra visione, in cui non si tratta di fare qualcosa per le persone disabili, ma sentire cos’hanno da dire. Si tratta di un capovolgimento radicale.

La fragilità può diventare una risorsa?

È innanzitutto qualcosa di cui abbiamo paura. E le persone che la mostrano esplicitamente, con un handicap fisico o mentale, ce lo ricordano.

Quali sono i pregiudizi nella relazione con le persone che hanno gravi handicap?

La prima tappa è la paura. Che sia l’aborto o la visione di Hitler la conclusione è una: sono diversi, non sono umani, forse bisogna che siano uccisi. La seconda tappa è: “sì sono esseri umani ma sono poveri, bisogna occuparsene”, far sì che abbiano da mangiare e una casa. Il terzo passaggio, che si riscontra nella maggior parte delle società, è che “sono esseri umani ma che bisogna aiutarli a divenire più umani”, con terapie, laboratori. La quarta tappa è scoprire che se entriamo in relazione con loro ci cambiano, sono loro a mostrarci, per esempio, che l’essenza dell’umano è entrare in relazione. Ci insegnano che non importa innanzitutto riuscire nello studio o nel lavoro, ma la capacità di vivere la relazione. Significa che devo rallentarmi per entrare in relazione con te, prendere del tempo per ascoltare, e facendo questo sono io che cambio. La quinta tappa è la scoperta che questa relazione mi conduce verso Dio, in questo senso diventa in qualche modo “sacra”, perché ci dice qualcosa di Dio. Sono delle tappe e ciascuno di noi le vive in momenti diversi, e non è detto che le viva tutte. In ogni caso ci vuole del tempo per passare da una all’altra.

Perché ha lasciato la direzione dell’Arca?

Perché il momento era venuto – sorride – . È successo nell’80. Ora c’ è un coordinatore internazionale e una vicedirettrice. Credo sia necessario leggere i segni: sono più fragile, ho meno capacità, e sento che altri hanno delle capacità. È il momento in cui bisogna affidare ad altri. Nella chiesa, in generale, c’è il pericolo di ammirare un po’ troppo i fondatori. In realtà sono persone come tutte. E a un certo punto devono partire, lasciare, è evidente. Come in una famiglia, i nonni non devono prendere il posto dei genitori. Ognuno deve prendere il suo posto nel momento giusto. Non va bene che persone di 40, 45 anni, siano solo dei sottoposti. È per questo che Gesù nel vangelo dice “è bene che io vada”. Ognuno dovrebbe a un certo punto dire così, e per quanto riguarda me, ho sentito di dover vivere altre cose. Per un periodo, per esempio, mi sono concentrato sulla formazione degli assistenti girando nelle diverse comunità.

L’esperienza dell’Arca intanto si è radicata in altri Paesi. Dagli Stati Uniti, all’India, alla Costa D’Avorio. Come si declina in culture così diverse fra loro?

Ho avuto di recente una seri di incontri con un gruppo di educatori musulmani a Hamman, in Giordania, che lavorano a un progetto di recupero di ex carcerati. Li ho trovati molto aperti a trovare una pedagogia e un senso della filosofia umana che aiuti loro stessi a vedere i cosiddetti delinquenti come esseri umani, entrando in relazione con loro e apprezzando la loro persona. Nel mondo dell’educazione la gente comincia a comprenderlo, ed è anche il fondamento dell’Arca che “ciascuna persona è importante e va ascoltata”.

A partire dagli anni Novanta, l’Arca ha tenuto ritiri ecumenici e sviluppato contatti anche con ministri e responsabili di altre chiese cristiane, soprattutto quella anglicana. Poi la presenza in India e la dimensione interreligiosa anche all’interno delle comunità. È un percorso che sta proseguendo?

Direi che l’incontro più recente sta avvenendo con persone di fede islamica. Abbiamo contatti soprattutto in Egitto e in Giordania. Nella mia comunità c’è una donna musulmana, originaria del Marocco. La vedo regolarmente e mi interessa molto ascoltarla. Non è un momento facile per lei. Sta sperimentando il senso profondo del cuore umano attraverso l’incontro con le persone con handicap e sta cercando di capire come questa esperienza stia penetrando nella sua religione, l’Islam. Questa donna, che è sempre più musulmana, ama la sua religione. Cerca come alcuni cattolici cercano. Ci sono invece movimenti che strutturano molto le persone, ma sono meno all’ascolto di quello che succede nelle altre chiese e nelle altre religioni.

Che contributo può dare l’Arca al dialogo?

Credo sia vitale per la chiesa cattolica guardare i frutti e scoprire dov’è lo Spirito Santo, guardare cosa succede dentro la chiesa e nelle chiese. Prenda l’ecumenismo… prima del 1960 non c’era niente, poi uno vede dei protestanti e degli ortodossi che sono di veri santi. E come lo vede? Dalla qualità del loro amore, è la qualità dell’amore che fa la differenza. Io non so come fare perché la chiesa cattolica li ascolti, non tutti hanno ascoltato Gesù, anche i discepoli appena girava la testa discutevano fra loro su chi fosse il più importante, su chi fosse migliore degli altri. La difficoltà del messaggio di Gesù è che è basato sulle beatitudini e sulla povertà. La chiesa è combattuta fra il desiderio di tramandare questo messaggio e il desiderio di trionfare. Per esempio ci sono sempre delle statistiche che dicono che ci sono un miliardo di cattolici nel mondo. Non è interessante sapere che ce ne sono un miliardo. Ma bisogna mostrare che siamo migliori, per esempio, dei musulmani. La chiesa esita tra il trionfo e la crocifissione. E non c’è soluzione. Come aiutare la chiesa è lo stesso che chiedersi come aiutare me o te, siamo tutti in questa esitazione fra una certa riuscita umana e l’insegnamento di Gesù. La vita con le persone disabili lo rende evidente.

In che modo?

Guardo per esempio a come le persone con handicap sono trattate, anche all’interno della chiesa. Sono poveri piccoli di cui bisogna occuparsi, esistono istituzioni e questo va bene, ma corrisponde alla visione di San Paolo “che le parti del corpo meno presentabili e le più deboli sono necessarie alla chiesa e devono essere onorate”? Il pericolo è vedere i fratelli e le sorelle dei diversi ordini religiosi come molto santi perché si occupano dei poveri. Ma si può pensare che sono proprio loro a cambiarci?

Cosa permette una visione diversa?

È il vangelo che ci conduce in questa direzione. Non sto parlando solo del cristianesimo. Ci sono delle persone molto cristiane che rifiutano le persone con handicap, eppure vanno a messa tutti i giorni. E ci sono dei musulmani che le accolgono e dicono che queste persone conducono a Dio. La differenza è che c’è una teologia e una filosofia che i cristiani possono mettere in campo. Gesù ha introdotto una visione completamente nuova, che non è la visione della piramide, ma del corpo. La visione della piramide è molto naturale, la famiglia stessa con madre, padre e figli è già una struttura piramidale. Ma la chiesa è un corpo e in un corpo ciascuna delle membra ha il suo posto. Io ho il mio posto, Françoise nella comunità ha il suo. E queste persone, le più fragili, sono necessarie e devono essere onorate. All’Arca facciamo quotidianamente l’esperienza di come le persone fragili fanno crollare i nostri meccanismi di nascondimento, fanno cadere le barriere. Ci costringono a riconoscere la nostra fragilità e a dire: ho bisogno di te. È il vangelo che dà le basi per una teologia di questo tipo, ma la chiesa non l’ha molto sviluppata. Cerchi in Italia o in Francia dei libri sul ruolo fondamentale delle persone disabili nella comunità, difficilmente ne troverà. La teologia dell’handicap è più sviluppata nelle chiese protestanti.

Come mai c’è questa difficoltà nella chiesa cattolica?

Forse c’è un tale rispetto della tradizione e delle gerarchie che c’è difficoltà a guardare il nuovo. Storicamente c’è stato il passaggio del giansenismo, il rifiuto del corpo, della sessualità, dell’ecumenismo. La chiesa è stata attraversata da molte fratture, dalla visione dei catari e dagli albigesi, dalla rottura prima con la chiesa d’Oriente e poi con Lutero Calvino. La chiesa oggi è traumatizzata dal secolarismo, non sa cosa fare. È completamente traumatizzata dalla pedofilia, dalla questione della sessualità. Qual è il senso di questo fallimento? Raduna tanta gente per le giornate mondiali della gioventù ma c’è una mancanza di visione. E una difficoltà ancora più profonda.

Quale?

La difficoltà di credere nell’umano. La chiesa è ancora in una situazione dove si ha paura della psicologia – non mi piace questa parola – direi paura dell’umano. Molta paura. Esiste il sentimento che non c’è altro tranne che lo spirito santo. Ma lo spirito santo entra nell’umano e bisogna lavorare l’aspetto umano. È tutto il problema dell’educazione: bisogna semplicemente dire ai giovani quello che si deve fare, oppure bisogna ascoltarli? Molto spesso è un problema di potere, di controllo, credo invece si tratti di essere umili e ascoltare. Per esempio riguardo l’omosessualità.

In che senso?

Parlarne è come camminare sulle uova. Dirò solo che bisogna ascoltare le persone, e mai giudicare senza avere ascoltato. C’è tutta una nuova visione possibile, che riguarda gli equilibri profondi “tra” la persona e la morale. Trovo che ci sia un atteggiamento del tutto nuovo che la chiesa deve imparare: mettersi all’ascolto. Come Gesù ha fatto con la Samaritana. Questo non vuol dire che tutti abbiano la verità, ma bisogna ascoltare le persone per rispondere loro, e non dire semplicemente “tu non vali niente, tu non sei niente”.

Come può avvenire un cambiamento?

Poco a poco, a piccoli passi. Da noi per esempio il vescovo è meraviglioso. Nella chiesa c’è anche il tema del ruolo delle donne. Non so se sarebbe straordinario avere una donna papa. Ma il problema non è qua. Non è un problema di potere, ma di ascolto reciproco, di lavorare insieme. Il problema oggi non è tanto se ci sono delle donne-prete nella chiesa cattolica, ma: i preti ascoltano le donne? O è un gruppo di uomini che svaluta le donne perché hanno paura della loro stessa “tenerezza” o della propria sessualità? Credo che molto parta dalla formazione nei seminari. Il punto non è riempirsi la testa di nozioni, ma il senso della relazione. Il pericolo è pensare che la fede sia una questione di conoscenza. Il termine greco “pistis” si può tradurre con “fede” oppure “fiducia”. Una cosa è dire “credo”, e un’altra “mi fido”. Quando si parla di fiducia, si parla di relazione. Tutta la vicenda del cristianesimo è una questione di relazione, e la parola conoscenza nella bibbia è “come” il marito conosce la moglie, è una relazione affettiva, una relazione d’amore. Conoscerti vuol dire che ti amo e ho l’esperienza di chi sei. La conoscenza è un’esperienza di chi sei come uomo o come donna e conoscere dio vuol dire avere una relazione con lui. E scoprire che è molto più vulnerabile di quello che pensiamo.

Un dio fragile?

Molto fragile! C’è una via perduta nel cristianesimo. Si parla poco della vulnerabilità e della fragilità di dio. È vero, come si dice, che tutto parla di dio: gli alberi, gli uccelli, il creato. Ma nello stesso tempo tutto “non ci parla” di dio. Può capitare che non si voglia più andare avanti e ci si chiuda a dio. L’idea è quella dell’umanità che non vuole credere nell’amore. Ha molta paura dell’amore. Parlare della vulnerabilità di dio o del dio onnipotente è diverso. Credo che dio abbia una grande tenerezza, oso parlare del “femminile” di dio. Quando si parla di dio onnipotente si parla di forza. Parlare ai giovani di un dio fragile cambia completamente le cose.

Anche i giovani sono fragili?

Quando parlo a dei quindicenni, chiedo: C’è qualcuno con cui puoi parlare dei tuoi problemi di droga, di sessualità, di suicidio, di morte? Generalmente, i giovani non trovano nessuno. Trovano quelli che dicono loro cosa devono fare, ma nessuno con cui ci sia un incontro di fiducia reciproca. È il problema dell’educazione: bisogna semplicemente dire ai giovani quello che si deve fare, oppure bisogna ascoltarli? Forse la difficoltà maggiore non è credere in Dio, ma credere nelle persone. Le persone con handicap vogliono essere amate. Non sono sicuro che questo avvenga nella “città”. Vogliamo essere amati o vogliamo il potere? È il problema di una società che spinge i diritti personali ma che ha dimenticato il senso dell’appartenenza e questo crea molta angoscia. Perché non si è insistito sul senso di responsabilità e la creazione di un corpo! Ci sono pochissimi documenti sull’importanza della comunità.

Come è cambiato in questi anni il suo modo di vivere la comunità?

Forse prima avevo l’idea di una comunità chiusa, o di un ordine religioso. Tutta la questione è l’armonia fra appartenenza e libertà. Mi è diventato chiaro successivamente che il senso della comunità è molto più ampio del senso di appartenenza, è un luogo dove siamo veramente legati ma soprattutto diventiamo più liberi. Per esempio liberi di sposarsi o meno. Nelle parrocchie c’è una crisi nelle comunità: devono essere aperte o chiuse? È molto meno chiaro. C’è una visione possibile della chiesa come comunità dove le persone sono più libere. Ma è difficile trovare questa armonia.

Lei non è consacrato…

Sì invece, sono battezzato. E personalmente sono molto a mio agio nella chiesa. Forse è ancora diffusa l’idea che ci sia il papa, i vescovi, i preti e le persone che fanno parte di qualche ordine religioso, poi le persone normali e le persone disabili alla fine della piramide. Il più piccolo battezzato è un consacrato.

Perché non si è mai sposato?

Ride: Perché non l’ho desiderato. Questo è importante: il desiderio è il segno di Dio. Non è un’idea, ma un desiderio. Questo non vuol dire che non abbia amato delle donne, ma non mi sono mai voluto sposare, non l’ho desiderato abbastanza. È così che Dio ci chiama, con il desiderio.

Jean Vanier ha paura di amare?

Molta. Perché amare significa essere vulnerabili e quindi poter essere feriti. Ma essere fragili permette anche di dire all’altro qualcosa di straordinario: “ho bisogno di te”.

A cura del MdL Felice Citterio

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